Eccoci in diretta con Giovanni Aricò Psicologo. Il tema di stasera è: “Argento vivo. L’importanza di una diagnosi corretta”. A voi cosa ha fatto pensare il testo della canzone di Daniele Silvestri?

Pubblicato da Associazione Adagio su Martedì 12 febbraio 2019

Dottore
Io così agitato, così sbagliato
Con così poca attenzione
Ma mi avete curato
E adesso
Mi resta solo il rancore

 

Il brano di Daniele Silvestri e Rancore, presentato alla 69a edizione del Festival di Saremo, racconta una storia di adolescenza difficile, unendo due artisti che sono in contatto con questa generazione, seppur in modo diverso: Slivestri come padre, Rancore come figlio, più vicino al sentimento di questi ragazzi.

La canzone ha però suscitato alcune critiche, soprattutto tra i genitori di bambini e ragazzi con ADHD perché, a parer loro, colpevolizzava eccessivamente i genitori e sottovalutava l’impatto di una condizione neuropsichiatrica come, appunto, quella dell’ADHD che spesso viene sottovalutata e incompresa, soprattutto da un punto di vista sociale.

Partendo dal presupposto che gli autori sono artisti, e non psicologi, provo a trarre spunto da questa canzone per fare una riflessione sul tema della diagnosi.

Che cos’è l’ADHD

L’ADHD è un acronimo inglese che in italiano sta per Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. È un disturbo del neurosviluppo che comporta una cattiva autoregolazione del comportamento da parte del bambino. l’ADHD è una condizione, non una malattia: vuol dire che è un funzionamento particolare del cervello e non un problema legato a un trauma o a una cattiva educazione. Per maggiori informazioni vi linko il sito di una associazione che si occupa specificamente di questo problema.

Cos’è la diagnosi

La diagnosi è un processo di conoscenza. È uno strumento che il clinico (psicologo, psicoterapeuta, pediatra, medico ecc) utilizza per comprendere meglio il funzionamento di una persona. Freud diceva che “la diagnosi può essere fatta solo a fine trattamento”, una considerazione che sembra paradossale ma che è in realtà uan grande verità.

Spesso, infatti, la diagnosi viene usata come un oracolo: per capire cosa non funziona ci si affida a qualcuno che ci da una definizione. Se però questo processo è superficiale o frettoloso, il rischio è identificarsi con la diagnosi, trasformandola in un destino. Se invece la diagnosi è fatta bene, permette di escludere (e risolvere) tutta una serie di aspetti di contorno, e quindi di conoscere il reale funzionamento della persona. Questo ha un impatto importantissimo sia sul trattamento, che sulla possibile guarigione.

Se la diagnosi viene usata come un oracolo, se la diagnosi non viene comunicata o spiegata nel modo corretto il rischio è la gabbia, la sensazione di essere inscatolati, messi in carcere. Come Argentovivo, che di fronte alla medicina diventa Mercurio Liquido e si alza il muro dell’incomunicabilità e del rancore.

Il dialogo diagnostico

Se non c’è comunicazione tra clinico e persona si crea solo incomprensione e chiusura. Nell’Antropologia Medica si parla di dialogo tra Illness, Sickness e Disease. Illness è la malattia percepita dal soggetto: paura, disagio, malessere, angoscia. Sickness è il peso o ruolo sociale della malattia: cosa vuol dire essere, ad esempio, un bambino con ADHD in questa società? Disease è la malattia secondo la nomenclatura della medicina ufficiale, della scienza. Per una guarigione è fondamentale aprire un dialogo tra questi diversi aspetti della malattia. Senza la medicina non è possibile comprendere in modo scientifico una malattia, e quindi trattarla secondo le cure migliori; se però la medicalizzazione è eccessiva si rischia di chiudere in una etichetta l’esperienza unica di una persona. Non si può infine sottovalutare l’impatto sociale della malattia, che in contesti diversi può essere diverso.

Sono un genitore in difficoltà, cosa devo fare?

Ecco quattro punti fondamentali da considerare:

  1. Affidarsi sempre a specialisti e professionisti riconosciuti.
  2. Dubitare di diagnosi frettolose o generiche;
  3. Non cercare di sostituire l’educazione con la psichiatria;
  4. Non sottovalutare il proprio vissuto emotivo di genitore e le proprie  difficoltà di crescere bambini con difficoltà.