Essere genitori oggi

Essere genitori non è facile nel mondo di oggi. Un ragazzo crescendo, anche se ha delle buone capacità ha bisogno di sentirsi dire: “Tu ce la puoi fare!” Soprattutto se la situazione è difficile. Un genitore, qualunque siano le sue caratteristiche di personalità, dovrebbe cercare di essere autorevole, che è diverso da autoritario vecchio stile, che non comunica con i figli, che ordina e basta che punisce senza spiegare.

Un genitore autorevole sa comunicare con i propri figli, sa prendere le decisioni giuste per i figli; quindi non è iper-permissivo, come a volte, oggi, sono alcune coppie genitoriali che pensano che i propri figli possano/debbano essere completamente liberi di educarsi da soli, con una visione sbagliata della libertà. Il genitore autorevole, segue il proprio figlio da quando è piccolo, lo guida, stabilisce delle regole, nello stesso tempo gli dimostra affetto, dialogo e disponibilità. Un ulteriore limite al raggiungimento dell’autorevolezza né l’entrare in crisi quando i figli mettono in atto comportamenti di opposizione, in questo caso è compito del genitore, che ha raggiunto l’età adulta, utilizzare un comportamento da adulto, cioè una persona che sappia reggere lo scontro e che non si lasci sottomettere dalle richieste dei ragazzi. E’ importante ricordarsi che i risultati dell’educazione si osservano su tempi lunghi, non sull’immediato; come si aspettano molti genitori fragili che entrano in crisi, chiedendo scusa ai propri figli.

Soprattutto durante l’infanzia, i bambini devono avere la sicurezza che i genitori sanno cosa è bene per loro, poi naturalmente si oppongono, ma questo fa parte del gioco. Oggi i genitori fragili sono in leggero aumento, forse perché non assimilano bene alcuni risultati della psicologia. La psicologia, a volte, viene molto banalizzata, alla fine le coppie genitoriali ricevono tanti input disordinati e non sanno più bene come comportarsi; molte persone scrivono di psicologia, sui media, magazine senza avere una preparazione seria di base. La genitorialità è un’arte, bisogna mano a mano adeguarsi alle condizioni in cui si vive e alle caratteristiche del proprio figlio.


Insonnia

Dormire è sicuramente una delle attività di maggiore importanza della vita quotidiana. Chi non dorme bene va incontro a diverse tipologie di disturbo. Durante il sonno avvengono diversi processi fondamentali che servono a mantenere l’omeostasi, riparare le strutture cellulari, rielaborare le informazioni apprese durante il giorno, smaltire i radicali liberi e rafforzare il
sistema immunitario.
Le fasi del sonno, che si ripetono in più cicli durante la notte, sono così articolate:

  • Fase NON REM - 4 sotto fasi: addormentamento, sonno leggero, sonno
    profondo e sonno molto profondo. Svegliarsi durante le ultime due fasi
    potrebbe provocare un senso di disorientamento, stanchezza e
    spossatezza durante la giornata.
  • Fase REM - Il termine REM significa Rapid Eye Movement. La durata
    delle varie fasi Rem che si susseguono durante i cicli del sonno è
    variabile. La prima dura circa 10 minuti e l’ultima può durare quasi
    un’ora. Durante questa fase vi è la produzione di sogni e i muscoli sono
    come disattivi. Un risveglio brusco ma spontaneo in questo momento
    può portare addirittura ad allucinazioni.

Il momento migliore per svegliarsi bene è in una delle fasi di sonno leggero.
Quando la qualità del sonno è compromessa e si dorme meno di 5 ore per
notte è possibile parlare di insonnia patologica. Questo fenomeno può essere
classificato secondo diverse modalità.

Classificazione Fenomenologica (utile per l’associazione a patologie
organiche o psichiatriche):

  • Insonnia Totale (Rara – dovuta a lesioni cerebrali o stato
    maniacale);
  • Insonnia Parziale, molto diffusa. Si divide in iniziale (difficoltà
    nell’addormentamento), centrale (diversi risvegli durante la notte),
    terminale (risveglio precoce);

Classificazione temporale:

  • Transitoria (il problema si manifesta fino a un massimo di due
    settimane). Può essere occasionale (associata a lutti o stati
    influenzali) o ricorrente (associata a cefalee e stati depressivi);
  • Cronica (durata superiore alle 3 settimane, spesso alla base di un
    disturbo psichiatrico);

Classificazione eziologica:

  • Insonnia primaria dovuta a eventi di vita specifici, solitamente
    temporanea, oppure cronica ma dovuta a problemi di natura
    psicologica;
  • Insonnia secondaria dovuta a uso di farmaci, malattie
    psichiatriche, neurologiche e internistiche;
  • Insonnia intermedia (problemi respiratori);

Le cause dell’insonnia quindi possono essere differenti; l'individuazione di
quella giusta è fondamentale per comprendere il problema e aiutare la
persona a risolverlo. Ma quali sono le tipologie di intervento per aiutare il 10%
della popolazione mondiale che ne soffre?

  • Intervento farmacologico: farmaci ipnoinducenti (indicati per situazioni
    transitorie) – melatonina (utile nella sindrome da jet lag).
  • Intervento psicoterapico con la Terapia Cognitivo Comportamentale.

 

Obiettivi:

  • Inizialmente l’obiettivo è quello di modificare le cattive abitudini
    legate al sonno e di regolare i ritmi sonno-veglia;
  • Successivamente l’intervento è volto a correggere le attitudini
    errate verso il sonno:
  • Infine vengono utilizzate varie tecniche di rilassamento corporeo
    che mirano a ridurre la tensione;

Un consiglio utile per chi soffre di insonnia è cercare di effettuare un distacco
progressivo e lento dalle attività fisiche e mentali, e cercare di stabilizzare
l’ora di addormentamento, consolidando una sorta di routine che inizi circa
un’ora e mezzo prima di addormentarsi.

- John Steinbeck: «E’ esperienza comune che un problema che si
presenta difficile la sera, al mattino è risolto, dopo che il “Comitato del
sonno” se n’è occupato».

Film: «L’uomo senza sonno» 2004, diretto da Brad Anderson con Christian Bale


Lo sport è tempo rubato allo studio?

Sport e movimento sono due ambiti importantissimi della crescita dei bambini. Lo sport è dopo la scuola il contesto sociale più importante. In generale il movimento e l’attività motoria sono degli aspetti fondamentali per lo sviluppo fisico, psicologico e sociale dei bambini e dei ragazzi. In questa puntata vediamo insieme in che modo l’attività motoria può migliorare il benessere e se forse può addirittura migliorare le prestazioni scolastiche.

Lo sport è la seconda attività sociale strutturata più importante per un bambino dopo la scuola. Ci si avvicina intorno ai 6 anni ma presto si figurano due scenari: o si va verso l'agonismo o i bambini diventano più sedentari. L'agonismo si consolida dopo i 12-13 e diventa parte della vita quotidiana del bambino e della famiglia. Questa polarizzazione fa perdere di vista importanza del movimento per i bambini. Il movimento e giochi motori sono, infatti, strettamente legati allo sviluppo. Dal secondo al sesto anno i bambini acquisiscono moltissime abilità motorie; tra i 6 e i 12 i bambini imparano gesti ancora più complessi. Molti programmi motori hanno una radice istintiva, ciò che è importante è utilizzare gli stimoli giusti. L'esempio è molto importante: mostrare, far provare, correggere con le parole. Un bambino ha bisogno di vedere, sentire il corpo, provare emozioni.

Purtroppo oggi spesso i bambini stanno in spazi chiusi e dedicano troppo tempo alla tecnologia, rispetto all'esercizio fisico. Oggi le negoziazioni tra genitori e figli non sono sullo stare fuori ma su quanto usare i videogiochi. Non vuol dire demonizzare la tecnologia ma sottolineare che la ricerca dice che il movimento produce benessere psicofisico. In particolare sono quattro le aree cerebrali che traggono beneficio dall'attività fisica:

  • cervelletto;
  • ippopocampo;
  • corteccia motoria;
  • corteccia prefrontale.

Sperimentazioni in vari paesi mostrano che mettere un’ora di movimento al posto di ora lezione ha come risultato un aumento delle competenze (funzioni esecutive, matematica) e una diminuzione di comportamenti negativi. Questo perché le aree cerebrali stimolate dall'attività fisica sono le stesse utilizzare per le funzioni superiori e il controllo del comportamento.


La differenza tra difficoltà e disturbo specifico dell’apprendimento

 

I DSA possono essere definiti come caratteristica dell’individuo, fondati su una base neurobiologica; il termine caratteristica dovrebbe essere utilizzato dal clinico e dall’insegnante in ognuna delle possibili azioni che favoriscono lo sviluppo delle potenzialità individuali. Il termine caratteristica indirizza verso un approccio pedagogico che valorizza le differenze individuali.

Per la diagnosi di tutti i disturbi evolutivi specifici delle abilità scolastiche devono essere soddisfatti alcuni criteri di base. In primo luogo ci deve essere un grado clinicamente significativo di compromissione dell’abilità scolastica specifica. Questo può essere giudicato in base alla gravità del disturbo definito in termini scolastici cioè, un grado di compromissione che ci si aspetterebbe in meno del 3% della popolazione dei bambini che frequentano la scuola.

In secondo luogo, la compromissione deve essere specifica, nel senso che non è attribuibile soltanto a un ritardo mentale o a compromissioni minori del livello intellettivo generale. Poiché il quoziente d’intelligenza (QI) e il rendimento scolastico non corrono esattamente in parallelo, questa distinzione può essere fatta solo sulla base di test di rendimento e di QI standardizzati e somministrati individualmente che siano appropriati per la cultura e il sistema educativo in questione. La direttiva clinica è che il livello di apprendimento del soggetto deve essere sostanzialmente inferiore a quello atteso per un bambino della stessa età mentale. Inoltre non devono essere presenti fattori esterni capaci di fornire una sufficiente motivazione per le difficoltà scolastiche. Una diagnosi di disturbo evolutivo delle abilità scolastiche deve generalmente basarsi sull’evidenza di un disturbo clinicamente significativo del rendimento scolastico associato a fattori intrinseci allo sviluppo del bambino. Tuttavia, per imparare in maniera efficiente, i bambini devono avere adeguate possibilità di apprendere. Quindi, se appare chiaro che il modesto rendimento scolastico è direttamente causato da assenze assai prolungate da scuola, senza insegnamento a casa, o da un’istruzione grossolanamente inadeguata, i disturbi non devono essere codificati come disturbi specifici dell’apprendimento. Le frequenti assenze da scuola o le discontinuità nell’insegnamento conseguenti a cambi di scuola non sono di solito sufficienti a dar luogo a un ritardo scolastico del grado necessario per una diagnosi di disturbo evolutivo specifico delle abilità scolastiche.