Assistente Civico: un pericolo o una risorsa?

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Per aiutare la popolazione a seguire le attuali regole necessarie al contenimento del contagio da Covid-19, il Ministro per gli affari regionali e autonomie ha proposto l’istituzione degli Assistenti civici. Questi, in un primo momento, sono stati presentati come dei volontari che, con il sorriso e con un buon garbo, avrebbero dovuto contenere l’indisciplinatezza dei partecipanti alla tanto famigerata movida. Immediatamente si è scatenata la discussione politica. Lo stesso Ministro dell’interno ha avuto non poche perplessità su chi avrebbe selezionato, formato, controllato i volontari e quali sarebbero stati il loro l’inquadramento giuridico e la loro libertà d’azione. Il problema si è venuto a creare poiché la popolazione sembra aver poco compreso che, probabilmente per un’errata percezione del rischio e per meccanismi sociali di diffusione della responsabilità (se siamo in tanti a commettere un’azione sbagliata, il peso negativo che attribuisco al mio comportamento sarà sicuramente inferiore), se delle regole sono state pensate a vantaggio di tutti, tutti dovrebbero rispettarle. 

Ma una figura non ben selezionata, non adeguatamente formata, non riconosciuta può veramente essere una soluzione o, in essa, sono nascosti dei pericoli forse maggiori? Per riuscire a capirlo è necessario citare l’esperimento di psicologia sociale forse più famoso, reso celebre anche da diversi film, quello della Stanford Prison. 

In questo studio delle persone selezionate in modo del tutto casuale vennero divise in due gruppi (guardie carcerarie e detenuti); a nessuno di loro venne data alcun tipo di informazione -se non a quale gruppo appartenessero- o compito specifico, vennero messi all’interno di una struttura e ne fu osservato il comportamento. A causa dei meccanismi che intervengono nei gruppi sociali come l’identificazione nei valori immaginati, il riconoscimento del singolo come appartenete del gruppo e il perseguimento della missione del gruppo stesso, si generò tra le due fazioni un’escalation di violenza, che costrinse gli sperimentatori a interrompere l’esperimento. 

Non notate nulla di simile tra le figure degli assistenti civici e i partecipanti all’esperimento? Persone selezionate in modo casuale, non formate, alle quali si assegna un ruolo che dà una forte connotazione di gruppo con una specifica missione... Se poi, invece di 24 (numero di partecipanti all’esperimento) ne mettiamo 60.000 il rischio aumenta!

Per concludere, se gli assistenti civici fossero utilizzati non come controllori -benché garbati e con il sorriso- ma per reali ruoli di soccorso, quelli che già in parte assolve la Protezione civile, ben venga il coinvolgimento di più cittadini possibile. Lo Stato non è composto solo dalle istituzioni ma anche da ogni singolo cittadino, che può diventare il veicolo di una responsabilità positiva diffusa (“siamo tutti responsabili del bene comune”) e non, come precedentemente detto, preda dei meccanismi sociali del “se tutti fanno male io ho meno responsabilità”. Forse è meglio lasciar perdere e evitare che persone preda della propria emotività, nel migliore dei casi, o della propria aggressività latente, nel peggiore, causino situazioni a rischio per l’ordine pubblico: certi tipi di servizi devono essere lasciati a chi, come le Forze dell’Ordine, dispone di personale strutturato, formato e preparato proprio per questi compiti.