Essere genitori oggi

Essere genitori non è facile nel mondo di oggi. Un ragazzo crescendo, anche se ha delle buone capacità ha bisogno di sentirsi dire: “Tu ce la puoi fare!” Soprattutto se la situazione è difficile. Un genitore, qualunque siano le sue caratteristiche di personalità, dovrebbe cercare di essere autorevole, che è diverso da autoritario vecchio stile, che non comunica con i figli, che ordina e basta che punisce senza spiegare.

Un genitore autorevole sa comunicare con i propri figli, sa prendere le decisioni giuste per i figli; quindi non è iper-permissivo, come a volte, oggi, sono alcune coppie genitoriali che pensano che i propri figli possano/debbano essere completamente liberi di educarsi da soli, con una visione sbagliata della libertà. Il genitore autorevole, segue il proprio figlio da quando è piccolo, lo guida, stabilisce delle regole, nello stesso tempo gli dimostra affetto, dialogo e disponibilità. Un ulteriore limite al raggiungimento dell’autorevolezza né l’entrare in crisi quando i figli mettono in atto comportamenti di opposizione, in questo caso è compito del genitore, che ha raggiunto l’età adulta, utilizzare un comportamento da adulto, cioè una persona che sappia reggere lo scontro e che non si lasci sottomettere dalle richieste dei ragazzi. E’ importante ricordarsi che i risultati dell’educazione si osservano su tempi lunghi, non sull’immediato; come si aspettano molti genitori fragili che entrano in crisi, chiedendo scusa ai propri figli.

Soprattutto durante l’infanzia, i bambini devono avere la sicurezza che i genitori sanno cosa è bene per loro, poi naturalmente si oppongono, ma questo fa parte del gioco. Oggi i genitori fragili sono in leggero aumento, forse perché non assimilano bene alcuni risultati della psicologia. La psicologia, a volte, viene molto banalizzata, alla fine le coppie genitoriali ricevono tanti input disordinati e non sanno più bene come comportarsi; molte persone scrivono di psicologia, sui media, magazine senza avere una preparazione seria di base. La genitorialità è un’arte, bisogna mano a mano adeguarsi alle condizioni in cui si vive e alle caratteristiche del proprio figlio.


Insonnia

Dormire è sicuramente una delle attività di maggiore importanza della vita quotidiana. Chi non dorme bene va incontro a diverse tipologie di disturbo. Durante il sonno avvengono diversi processi fondamentali che servono a mantenere l’omeostasi, riparare le strutture cellulari, rielaborare le informazioni apprese durante il giorno, smaltire i radicali liberi e rafforzare il
sistema immunitario.
Le fasi del sonno, che si ripetono in più cicli durante la notte, sono così articolate:

  • Fase NON REM - 4 sotto fasi: addormentamento, sonno leggero, sonno
    profondo e sonno molto profondo. Svegliarsi durante le ultime due fasi
    potrebbe provocare un senso di disorientamento, stanchezza e
    spossatezza durante la giornata.
  • Fase REM - Il termine REM significa Rapid Eye Movement. La durata
    delle varie fasi Rem che si susseguono durante i cicli del sonno è
    variabile. La prima dura circa 10 minuti e l’ultima può durare quasi
    un’ora. Durante questa fase vi è la produzione di sogni e i muscoli sono
    come disattivi. Un risveglio brusco ma spontaneo in questo momento
    può portare addirittura ad allucinazioni.

Il momento migliore per svegliarsi bene è in una delle fasi di sonno leggero.
Quando la qualità del sonno è compromessa e si dorme meno di 5 ore per
notte è possibile parlare di insonnia patologica. Questo fenomeno può essere
classificato secondo diverse modalità.

Classificazione Fenomenologica (utile per l’associazione a patologie
organiche o psichiatriche):

  • Insonnia Totale (Rara – dovuta a lesioni cerebrali o stato
    maniacale);
  • Insonnia Parziale, molto diffusa. Si divide in iniziale (difficoltà
    nell’addormentamento), centrale (diversi risvegli durante la notte),
    terminale (risveglio precoce);

Classificazione temporale:

  • Transitoria (il problema si manifesta fino a un massimo di due
    settimane). Può essere occasionale (associata a lutti o stati
    influenzali) o ricorrente (associata a cefalee e stati depressivi);
  • Cronica (durata superiore alle 3 settimane, spesso alla base di un
    disturbo psichiatrico);

Classificazione eziologica:

  • Insonnia primaria dovuta a eventi di vita specifici, solitamente
    temporanea, oppure cronica ma dovuta a problemi di natura
    psicologica;
  • Insonnia secondaria dovuta a uso di farmaci, malattie
    psichiatriche, neurologiche e internistiche;
  • Insonnia intermedia (problemi respiratori);

Le cause dell’insonnia quindi possono essere differenti; l'individuazione di
quella giusta è fondamentale per comprendere il problema e aiutare la
persona a risolverlo. Ma quali sono le tipologie di intervento per aiutare il 10%
della popolazione mondiale che ne soffre?

  • Intervento farmacologico: farmaci ipnoinducenti (indicati per situazioni
    transitorie) – melatonina (utile nella sindrome da jet lag).
  • Intervento psicoterapico con la Terapia Cognitivo Comportamentale.

 

Obiettivi:

  • Inizialmente l’obiettivo è quello di modificare le cattive abitudini
    legate al sonno e di regolare i ritmi sonno-veglia;
  • Successivamente l’intervento è volto a correggere le attitudini
    errate verso il sonno:
  • Infine vengono utilizzate varie tecniche di rilassamento corporeo
    che mirano a ridurre la tensione;

Un consiglio utile per chi soffre di insonnia è cercare di effettuare un distacco
progressivo e lento dalle attività fisiche e mentali, e cercare di stabilizzare
l’ora di addormentamento, consolidando una sorta di routine che inizi circa
un’ora e mezzo prima di addormentarsi.

- John Steinbeck: «E’ esperienza comune che un problema che si
presenta difficile la sera, al mattino è risolto, dopo che il “Comitato del
sonno” se n’è occupato».

Film: «L’uomo senza sonno» 2004, diretto da Brad Anderson con Christian Bale


Lo sport è tempo rubato allo studio?

Sport e movimento sono due ambiti importantissimi della crescita dei bambini. Lo sport è dopo la scuola il contesto sociale più importante. In generale il movimento e l’attività motoria sono degli aspetti fondamentali per lo sviluppo fisico, psicologico e sociale dei bambini e dei ragazzi. In questa puntata vediamo insieme in che modo l’attività motoria può migliorare il benessere e se forse può addirittura migliorare le prestazioni scolastiche.

Lo sport è la seconda attività sociale strutturata più importante per un bambino dopo la scuola. Ci si avvicina intorno ai 6 anni ma presto si figurano due scenari: o si va verso l'agonismo o i bambini diventano più sedentari. L'agonismo si consolida dopo i 12-13 e diventa parte della vita quotidiana del bambino e della famiglia. Questa polarizzazione fa perdere di vista importanza del movimento per i bambini. Il movimento e giochi motori sono, infatti, strettamente legati allo sviluppo. Dal secondo al sesto anno i bambini acquisiscono moltissime abilità motorie; tra i 6 e i 12 i bambini imparano gesti ancora più complessi. Molti programmi motori hanno una radice istintiva, ciò che è importante è utilizzare gli stimoli giusti. L'esempio è molto importante: mostrare, far provare, correggere con le parole. Un bambino ha bisogno di vedere, sentire il corpo, provare emozioni.

Purtroppo oggi spesso i bambini stanno in spazi chiusi e dedicano troppo tempo alla tecnologia, rispetto all'esercizio fisico. Oggi le negoziazioni tra genitori e figli non sono sullo stare fuori ma su quanto usare i videogiochi. Non vuol dire demonizzare la tecnologia ma sottolineare che la ricerca dice che il movimento produce benessere psicofisico. In particolare sono quattro le aree cerebrali che traggono beneficio dall'attività fisica:

  • cervelletto;
  • ippopocampo;
  • corteccia motoria;
  • corteccia prefrontale.

Sperimentazioni in vari paesi mostrano che mettere un’ora di movimento al posto di ora lezione ha come risultato un aumento delle competenze (funzioni esecutive, matematica) e una diminuzione di comportamenti negativi. Questo perché le aree cerebrali stimolate dall'attività fisica sono le stesse utilizzare per le funzioni superiori e il controllo del comportamento.


La differenza tra difficoltà e disturbo specifico dell’apprendimento

 

I DSA possono essere definiti come caratteristica dell’individuo, fondati su una base neurobiologica; il termine caratteristica dovrebbe essere utilizzato dal clinico e dall’insegnante in ognuna delle possibili azioni che favoriscono lo sviluppo delle potenzialità individuali. Il termine caratteristica indirizza verso un approccio pedagogico che valorizza le differenze individuali.

Per la diagnosi di tutti i disturbi evolutivi specifici delle abilità scolastiche devono essere soddisfatti alcuni criteri di base. In primo luogo ci deve essere un grado clinicamente significativo di compromissione dell’abilità scolastica specifica. Questo può essere giudicato in base alla gravità del disturbo definito in termini scolastici cioè, un grado di compromissione che ci si aspetterebbe in meno del 3% della popolazione dei bambini che frequentano la scuola.

In secondo luogo, la compromissione deve essere specifica, nel senso che non è attribuibile soltanto a un ritardo mentale o a compromissioni minori del livello intellettivo generale. Poiché il quoziente d’intelligenza (QI) e il rendimento scolastico non corrono esattamente in parallelo, questa distinzione può essere fatta solo sulla base di test di rendimento e di QI standardizzati e somministrati individualmente che siano appropriati per la cultura e il sistema educativo in questione. La direttiva clinica è che il livello di apprendimento del soggetto deve essere sostanzialmente inferiore a quello atteso per un bambino della stessa età mentale. Inoltre non devono essere presenti fattori esterni capaci di fornire una sufficiente motivazione per le difficoltà scolastiche. Una diagnosi di disturbo evolutivo delle abilità scolastiche deve generalmente basarsi sull’evidenza di un disturbo clinicamente significativo del rendimento scolastico associato a fattori intrinseci allo sviluppo del bambino. Tuttavia, per imparare in maniera efficiente, i bambini devono avere adeguate possibilità di apprendere. Quindi, se appare chiaro che il modesto rendimento scolastico è direttamente causato da assenze assai prolungate da scuola, senza insegnamento a casa, o da un’istruzione grossolanamente inadeguata, i disturbi non devono essere codificati come disturbi specifici dell’apprendimento. Le frequenti assenze da scuola o le discontinuità nell’insegnamento conseguenti a cambi di scuola non sono di solito sufficienti a dar luogo a un ritardo scolastico del grado necessario per una diagnosi di disturbo evolutivo specifico delle abilità scolastiche.


Condizionamento VS Libero Arbitrio

 

“Noi dobbiamo credere nel libero arbitrio, non abbiamo scelta”

Singer

Siamo veramente liberi nelle decisioni che prendiamo o le nostre scelte sono dettate da quello che viene chiamato “condizionamento”?

Agli inizi del ‘900 alcuni studiosi comportamentisti si resero conto che attraverso un sistema di rinforzi (es. dare del cibo) era possibile indurre e rendere duraturo un determinato comportamento negli animali. Allo stesso modo, attraverso queste tecniche, è possibile indurre un comportamento anche in noi essere umani.

Vi starete chiedendo: «Ma noi, di quali rinforzi abbiamo bisogno per essere indotti a uno specifico comportamento?». Il rinforzo è dato dalla soddisfazione di un bisogno. Bisogni che Maslow, nel 1954, catalogò in una sorta di Piramide: da quelli base (alimentarsi, respirare) fino a quelli più evoluti (moralità, creatività). Anche la modalità di immagazzinamento dei concetti ci rende vulnerabili al condizionamento: quando dobbiamo immagazzinare informazioni nel nostro cervello le ordiniamo secondo categorie, in nodi neurali spazialmente vicini.

Questo fa in modo che attraverso l’uso di specifici termini sia possibile richiamare nella mente di un individuo concetti o alterare la percezione di un evento, come dimostrato da esperimenti di Psicologia Giuridica sul valore della testimonianza. Perfino le relazioni sentimentali sono condizionate, come evidenziato da numerose ricerche transgenerazionali basate sulla teoria dell’attaccamento di Bowlby; si è visto che gli adulti tendono a ricalcare nelle relazioni affettive lo stile di attaccamento che avevano sperimentato nei primi anni di vita con il proprio Caregiver, come a voler ricercare una modalità di relazione conosciuta e rassicurante, anche se in alcuni casi patologica.

È ben noto che anche i gruppi tendono a condizionare il comportamento degli individui che ne fanno parte, in alcuni casi inducendoli a comportamenti che possono mettere a rischio la propri incolumità. Le strategie di Marketing utilizzano diverse tecniche di condizionamento per indurci all'acquisto di prodotti di cui spesso non abbiamo un reale bisogno, e perfino i social media possono essere utilizzati come strumento di condizionamento. Facebook, ad esempio, del 2012 ha condotto un esperimento su 680.000 utenti riuscendo a condizionare lo stato d’animo dei soggetti attraverso il filtraggio dei post visibili.

La psicologia ha dunque dimostrato con i suoi esperimenti che noi esseri umani, nonostante ci riteniamo padroni del nostro libero arbitrio e delle nostre scelte, in numerosissime occasioni siamo condizionati dall'ambiente che ci circonda.

Ma, quindi, come è possibile essere veramente liberi nelle nostre scelte e nelle nostre idee? La soluzione che ci può avvicinare a questo traguardo -che forse non raggiungeremo mai a pieno- è la conoscenza. Conoscere quali sono i meccanismi di condizionamento, conoscere il più possibile la realtà che ci circonda, sentire sempre più pareri e più idee su un determinato argomento è il modo migliore per avvicinarsi all'autodeterminazione.

 

Film suggeriti:

  • Sliding doors (1998) Peter Howitt
  • Minority report (2002) Steven Spielberg

Elogio dell’imperfezione

 

Penso sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non diventare uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari[…]a tutti i nevrotici del successo[…]a questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.

Rosaria Gasparro

Qual è il vostro modello di persona di successo?

La nostra è una società in cui si promuovono modelli di successo immediato e misurabile attraverso parametri come  i voti, i soldi  o la fama guadagnata. Ciò che davvero sembra contare sono i risultati e non il processo attraversato durante il percorso.

Vorrei raccontare due storie che mi hanno fatto pensare molto su cosa consideriamo successo e cosa fallimento e perché lo facciamo:

Sixto Rodriguez, simbolo inconsapevole

La prima è la storia di Sixto Rodriguez, un operaio nell'industria automobilistica di Detroit, con la passione per la musica e per la scrittura, che nel 1967 viene scoperto in un locale periferico di Detroit da due produttori di una casa discografica americana. Sixto è un cantautore, che scrive testi politicamente impegnati e che si batte per i diritti dei lavoratori. Pubblica due album, entrambi vendono pochissime copie negli Stati Uniti, la carriera artistica di Sixto sembra fallire. Il contratto con la casa discografica viene rescisso mentre sta per registrare il suo terzo album, che perciò non viene mai pubblicato. In difficoltà economiche, Rodriguez comincia a lavorare come operaio in cantieri edili e per ditte di demolizione. Nel 1970 acquista a un'asta giudiziaria, per 50 dollari, una casa in stato di abbandono nel sobborgo di Woodbridge. Fino a qui è una storia come tante, ma ciò che avviene dopo è davvero sorprendente.

A sua insaputa, infatti, i suoi dischi arrivano in Sud Africa ed è lì che hanno un successo impensabile. Le sue canzoni diventano in breve simbolo della lotta contro l'apartheid, grazie ai loro testi contro l'establishment, l'oppressione e il pregiudizio sociale. Nel 1981 guadagna un disco di platino e la sua popolarità è superiore a quella di Elvis Presley, dei Beatles e dei Rolling Stones. Di questa eccezionale popolarità, però, Rodriguez è completamente ignaro. Solo nel 1997 diventerà consapevole della sua fama e verrà invitato ad esibirsi davanti a migliaia di persone.

Alejandro Jodorowsky, il visionario

La seconda storia riguarda Alejandro Jodorowsky  il regista, attore e scrittore cileno, che nella metà degli anni settanta accarezza l'idea di realizzare un'opera colossale e visionaria che, utilizzando l'ispirazione prodotta dal ciclo di romanzi di Frank Herbert iniziato con Dune, attraverso il registro della fantascienza e del fantasy, metta in scena le idee e l'estetica della cultura psichedelica della fine degli anni sessanta, al fine di risvegliare le coscienze degli spettatori. Non esisteva ancora un immaginario cinematografico fantascientifico che fornisse un modello al regista. Il progetto del regista è molto ambizioso, basti pensare al cast che prevedeva come attori personaggi come Orson WellesMick Jagger e Salvador Dalí e una colonna sonora dei Pink Floyd. Jodorwsky e i suoi collaboratori scrivono e disegnano scena per scena tutto il film, realizzandouna storyboard completa del film. Una volta realizzata, la propongono ai produttori di Hollywood, che però rifiutano il progetto. La pellicola pertanto non verrà mai realizzata dal regista cileno.

Tuttavia il progetto del film, si rivela in grado di suggestionare l'immaginario hollywoodiano dell'epoca e di anticipare se non addirittura influenzarela space opera per eccellenza: Guerre stellari.

In effetti molti degli artisti reclutati nella fase preparatoria del Dune di Jodorowsky saccheggeranno o ricicleranno dal progetto di Jodorowsky numerose idee per la realizzazione di film di grande successo commerciale, ad esempio Alien.

Queste sono storie di successo o di colossale fallimento?

I protagonisti di queste storie sono due antieroi, che hanno percorso strade difficili e non hanno ricevuto successi e ricompense in soldi o fama immediata eppure hanno tentato e dal loro apparente fallimento è nato qualcosa che forse aveva un bisogno di un processo lento, ma che è stato in grado di influire in maniera significativa sulle persone e sul futuro. Hanno tenuto salda la loro direzione, il loro intento senza perseguire solo il risultato immediato

Pensiamo a genitori o agli insegnanti. Spesso in questi difficili ruoli ci si trova ad affrontare la percezione di fallire nell’immediato, magari perché i nostri figli o i nostri studenti sembrano non rispettarci o ci contestano o non rispondono come ci aspettiamo. Tuttavia, se abbiamo chiara la direzione che vogliamo tenere nella nostra relazione con loro, capita spesso di accorgerci che i frutti del nostro impegno hanno bisogno di tempo, ma arrivano puntuali, a ricordarci che spesso è necessario avere una visione d’insieme, che prenda in considerazione il processo e non solo i singoli risultati. I piccoli fallimenti quotidiani possono aiutarci a capire quale mezzo possiamo utilizzare per proseguire il viaggio verso direzione che ci siamo dati, ma non devono scoraggiarci e farci desistere dal proseguire il cammino.

La stessa cosa avviene nei processi di apprendimento dei ragazzi. L’apprendimento, infatti, è un’avventura che deve lasciare spazio a desiderio e curiosità eppure spesso ciò che insegniamo sopra ogni cosa è la paura di sbagliare, di prendere un brutto voto. Vedo spesso genitori che fanno i compiti con i figli e che li correggono prima che arrivino a scuola o che si sostituiscono per evitare che il figlio sbagli. In questo modo il messaggio che si manda ai ragazzi è che l’errore non è ammesso, non è riparabile. Non permettiamo ai nostri figli di poter imparare da quell’errore di scoprire delle cose di sé e del mondo, diamo l’immagine di una vita come una partita in cui si può solo o vincere o perdere, in cui il percorso non conta e ciò che conta è solo il risultato.

Eppure imparare a perdere è necessario per il benessere perché ogni giorno perdiamo qualcosa, in ogni relazione perdiamo qualcosa. L’errore è formativo, creativo  libera dall’ossessione del successo e dalla sindrome del migliore che produce ansie e demotivazioni.


Argentovivo e l'importanza di una diagnosi fatta bene

Dottore
Io così agitato, così sbagliato
Con così poca attenzione
Ma mi avete curato
E adesso
Mi resta solo il rancore

 

Il brano di Daniele Silvestri e Rancore, presentato alla 69a edizione del Festival di Saremo, racconta una storia di adolescenza difficile, unendo due artisti che sono in contatto con questa generazione, seppur in modo diverso: Slivestri come padre, Rancore come figlio, più vicino al sentimento di questi ragazzi.

La canzone ha però suscitato alcune critiche, soprattutto tra i genitori di bambini e ragazzi con ADHD perché, a parer loro, colpevolizzava eccessivamente i genitori e sottovalutava l'impatto di una condizione neuropsichiatrica come, appunto, quella dell'ADHD che spesso viene sottovalutata e incompresa, soprattutto da un punto di vista sociale.

Partendo dal presupposto che gli autori sono artisti, e non psicologi, provo a trarre spunto da questa canzone per fare una riflessione sul tema della diagnosi.

Che cos'è l'ADHD

L'ADHD è un acronimo inglese che in italiano sta per Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. È un disturbo del neurosviluppo che comporta una cattiva autoregolazione del comportamento da parte del bambino. l'ADHD è una condizione, non una malattia: vuol dire che è un funzionamento particolare del cervello e non un problema legato a un trauma o a una cattiva educazione. Per maggiori informazioni vi linko il sito di una associazione che si occupa specificamente di questo problema.

Cos'è la diagnosi

La diagnosi è un processo di conoscenza. È uno strumento che il clinico (psicologo, psicoterapeuta, pediatra, medico ecc) utilizza per comprendere meglio il funzionamento di una persona. Freud diceva che "la diagnosi può essere fatta solo a fine trattamento", una considerazione che sembra paradossale ma che è in realtà uan grande verità.

Spesso, infatti, la diagnosi viene usata come un oracolo: per capire cosa non funziona ci si affida a qualcuno che ci da una definizione. Se però questo processo è superficiale o frettoloso, il rischio è identificarsi con la diagnosi, trasformandola in un destino. Se invece la diagnosi è fatta bene, permette di escludere (e risolvere) tutta una serie di aspetti di contorno, e quindi di conoscere il reale funzionamento della persona. Questo ha un impatto importantissimo sia sul trattamento, che sulla possibile guarigione.

Se la diagnosi viene usata come un oracolo, se la diagnosi non viene comunicata o spiegata nel modo corretto il rischio è la gabbia, la sensazione di essere inscatolati, messi in carcere. Come Argentovivo, che di fronte alla medicina diventa Mercurio Liquido e si alza il muro dell'incomunicabilità e del rancore.

Il dialogo diagnostico

Se non c'è comunicazione tra clinico e persona si crea solo incomprensione e chiusura. Nell'Antropologia Medica si parla di dialogo tra Illness, Sickness e Disease. Illness è la malattia percepita dal soggetto: paura, disagio, malessere, angoscia. Sickness è il peso o ruolo sociale della malattia: cosa vuol dire essere, ad esempio, un bambino con ADHD in questa società? Disease è la malattia secondo la nomenclatura della medicina ufficiale, della scienza. Per una guarigione è fondamentale aprire un dialogo tra questi diversi aspetti della malattia. Senza la medicina non è possibile comprendere in modo scientifico una malattia, e quindi trattarla secondo le cure migliori; se però la medicalizzazione è eccessiva si rischia di chiudere in una etichetta l'esperienza unica di una persona. Non si può infine sottovalutare l'impatto sociale della malattia, che in contesti diversi può essere diverso.

Sono un genitore in difficoltà, cosa devo fare?

Ecco quattro punti fondamentali da considerare:

  1. Affidarsi sempre a specialisti e professionisti riconosciuti.
  2. Dubitare di diagnosi frettolose o generiche;
  3. Non cercare di sostituire l'educazione con la psichiatria;
  4. Non sottovalutare il proprio vissuto emotivo di genitore e le proprie  difficoltà di crescere bambini con difficoltà.

Sex education

 

 

Otis: “non sono normale”
Madre: “certo che sei normale. Hai sedici anni e non puoi conoscere le risposte a tutte le domande”.

“Sex Education” è una serie Netflix che in un solo mese ha riscosso un clamoroso successo non solo dal
pubblico, ma anche dalla critica e da esperti del settore. Nonostante sia una serie destinata prettamente ad un pubblico adolescente sembra essere apprezzata da tutti, adulti compresi. In questo intervento ci siamo chiesti il perché, le riflessioni che ci pone e alcuni dei messaggi positivi che ci propone.

Se è vero che Sex Education è una serie semplice nel linguaggio, nella struttura e che arriva in
maniera diretta è anche pur vero che è una serie molto complessa circa gli innumerevoli temi che ci
propone e che non riguardano la sola sessualità ma tutti i temi che riguardano l'adolescente in
primis ma, più in generale, la società tutta: ci propone, ad esempio, delle riflessioni circa il
bullismo, il ruolo genitoriale di coppie omosessuali, il ruolo genitoriale di un figlio adolescente, le
coppie multirazziali, e tanto altro...

Proprio questo aspetto fa di questa serie un prodotto ben riuscito in quanto veicola un messaggio
molto importante: parlare di sessualità significa parlare di moltissimi temi. Significa parlare di sé,
della propria storia personale, delle proprie emozioni e dei propri bisogni, della consapevolezza che
noi stessi abbiamo di quest'ultimi e di quanto siamo in sintonia con questi.
Inoltre parlando di sessualità ci poniamo tutti sullo stesso livello, non ci sono distinzioni quando si
parla di sessualità. Tutti abbiamo domande, esperienze, dubbi, curiosità, timori, tabù e proprio
parlando di questi ci accorgiamo di non essere i soli a porci dei quesiti.

Ognuno sa di sessualità in base alla propria esperienza personale.

Il protagonista di questa serie cerca di aiutare i propri compagni di scuola ad affrontare le proprie
difficoltà sessuali e, se è vero che da informazioni nozionistiche corrette, il più delle volte non
accoglie e sviscera quelli che sono gli aspetti emotivi più intimi che, comunque, emergono negli
episodi. È sicuramente legittimato in quanto non è un terapeuta e, per di più, è lui stesso un adolescente alle
prese con le proprie difficoltà e i propri dubbi.
Legato a questo ultimo aspetto e, addentrandoci meglio nella serie e nei vari episodi, possiamo
evidenziare un altro grande tema in linea con quanto già stato detto: la disfunzione sessuale non è
comprensibile a priori ma trova un senso all'interno di quel particolare individuo, con quella
particolare storia, con le sue singolari esperienze di vita. In sostanza, la disfunzione sessuale non ha
una sola causa o, meglio ancora, non si struttura con una linearità causa-effetto. Sono diversi i
fattori che influiscono, quali ad esempio, alcuni tra tutti: struttura di personalità; educazione
familiare; cultura d'appartenenza; esperienze traumatiche.

Potremmo parlare ancora a lungo di questa serie ma vorrei aprire un'ultima parentesi circa una
vignetta in cui il padre di un ragazzino omosessuale e con atteggiamenti particolarmente
esibizionistici è preoccupato circa le difficoltà che questo figlio si trova a dover affrontare così da
chiedergli più volte, in maniera indiretta, di evitare di essere quello che è. È un padre che capirà chi è suo figlio, accetterà il suo modo di essere e capirà che il suo modo di essere non è una forzatura ma semplicemente un'espressione di sé. Sarà un padre capace di stare di fianco a suo figlio e supportarlo così nelle sue difficoltà rendendolo più forte. Inoltre, questa esperienza renderà il padre stesso più libero, più in contatto con il suo essere e con il suo modo di stare al mondo.

È questo un messaggio che ritengo importante sottolineare per aiutare un po' questi genitori che si
trovano alle prese con dei figli adolescenti, con dei figli confusi, alle prese con un percorso di
crescita burrascoso e pieno di conflitti: è normale essere preoccupati, a volte apprensivi ma, seppur
difficile, cercate di porvi di fianco ai vostri figli cercando di capire chi sono, cosa esprimono
liberandovi un po' da quelle che sono le vostre aspettative o le vostre esperienze.


La comprensione del testo scritto

 

Se dovessimo fare una graduatoria delle capacità che hanno particolare rilevanza nella vita degli esseri umani, il processo di comprensione del testo sarebbe sicuramente fra i primi posti (Reed, 1988).

 

Decodifica vs. Comprensione

Una distinzione ormai consolidata è quella fra la componente di decodifica (lettura ad alta voce) e la lettura come comprensione. Per decodifica si intende la capacità di riconoscere e pronunciare correttamente le parole che compongono un testo, mentre la comprensione riguarda la capacità di coglierne il significato. Va osservato che esiste un rapporto fra lettura al alta voce e comunicazione ( si legge per un'altra persona, cercando di trasmettere il messaggio del testo attraverso la corretta lettura e l'enfasi appropriata, ed è meno importante che capisca chi sta leggendo) e fra lettura silente e processo più approfondito di comprensione personale da parte del lettore.

La differenziazione dell'abilità di leggere un testo in due componenti porta necessariamente a domandarsi che relazione esista fra loro: sicuramente sarebbe banale affermare che le due componenti sono fra loro indipendenti. Se pensiamo ad un bambino che impara a leggere, l'abilità di decodificare un testo è strumentale all'abilità di comprensione: non potrebbe esistere la comprensione se prima il lettore non fosse in grado di decifrare il testo e viceversa la comprensione facilita la decodifica.

Tuttavia un'ampia serie di prove raccolte da Cesare Cornoldi e Patrizio Tressoldi ha ormai documentato la sostanziale indipendenza fra gli aspetti di decodifica e di comprensione. Queste prove riguardano i differenti prerequisiti, i diversi processi sottostanti, le dissociazioni, le modeste correlazioni tra le abilità, la suscettibilità differenziata a modalità di intervento. La decodifica necessita di un insegnamento che dovrà mirare all'automatizzazione del riconoscimento delle parole, passando da una lettura basata sulla trasformazione grafema/fonema per ogni parola, alla lettura guidata dall'accesso a quello che viene chiamato lessico visivo, che consente il recupero diretto della forma fonologica della parola. Per la comprensione sarà necessario promuovere l'abilità di individuazione delle informazioni principali in un testo, la sua struttura, le caratteristiche che rendono più facili o più difficili i testi o l'abilità di trarre inferenze sia lessicali che semantiche.

 

Cosa significa "capire" un testo?

Capire un testo non significa semplicemente riuscire a ritrovare il significato di una frase a aggiungerlo a quello della frase successiva, ripetendo questa operazione fino alla fine del brano. Comprendere significa costruirsi una rappresentazione mentale del contenuto del testo (Johnson-Laird, 1983); la costruzione di questo modello mentale avviene attraverso l'integrazione di informazioni che il lettore già possiede (le sue conoscenze precedenti di tipo lessicale, sintattico e semantico) e di informazioni contenute nel brano che devono essere collegate in maniera appropriata. Gernsbacher e i suoi collaboratori (1999) hanno individuato un meccanismo di attivazione delle informazioni rilevanti e uno di soppressione di quelle irrilevanti che consentono la creazione di una struttura (structure bulding) rappresentante il significato del testo. Il lettore, al fine di comprendere un testo, seleziona all'interno di quest'ultimo le informazioni importanti, le integra con informazioni già elaborate, o già presenti nella sua memoria, formando una rappresentazione coerente del testo. La creazione di questa rappresentazione implica processi che coinvolgono la memoria a lungo termine, la memoria a breve termine e la memoria di lavoro (Kintsch, 1994).

 

Il lettore esperto

Le differenze tra lettori ce comprendono bene e lettori che comprendono male potrebbero quindi riguardare la quantità di conoscenze precedenti che un lettore possiede, la capienza del magazzino a breve termine o la capacità di mantenimento ed elaborazione della memoria di lavoro. Molti studi  hanno evidenziato come il patrimonio di conoscenze generali, che il lettore possiede sull'argomento, influenzi la comprensione del testo. Un lettore riesce cioè a comprendere e ricordare più facilmente testi che riguardano la disciplina in cui è esperto, a prescindere dalle caratteristiche del testo. Il lettore esperto, anche di fronte a testi poco coerenti riesce a sopperire alla scarsa trasparenza del testo, appoggiandosi al suo patrimonio di conoscenze che gli permette di compiere le adeguate inferenze.

Fare inferenze significa capire le cose non dette all'interno del testo, fare collegamenti, comprendere il significato di una parola sulla base del contesto in cui è inserita o disambiguare il significato di una parola polisemica; queste operazioni sono importantissime durante la comprensione del testo per creare una rappresentazione mentale coerente del testo. La capacità di trarre inferenze dal testo è strettamente legata al livello di maturità raggiunto nella lettura: bambini piccoli compiono un numero inferiore di inferenze rispetto ai bambini di età maggiore (Oakhill, 1994).

 

I cattivi lettori

Jane Oakhill dimostrò che i cattivi lettori, in una prova di comprensione del testo scritto avevano una prestazione scadente di fronte a domande che richiedono inferenze. Questo accadeva anche quando ai soggetti veniva data l'opportunità di consultare il testo per rispondere alle domande. Oakhill ha rilevato questa difficoltà dei cattivi lettori quando le inferenze erano di tipo costruttivo (creare dei collegamenti all'interno del brano) e quando si doveva comprendere il significato adeguato di una parola basandosi sul contesto.  I cattivi lettori in sostanza non differiscono dai buoni lettori soltanto nella quantità di conoscenze che possiedono ma anche nella capacità di rendere disponibili queste conoscenze al momento giusto (De Beni e Pazzaglia, 1995).

 

Come intervenire per migliorare la comprensione del testo

Hayes e Tierney proposero un training per il miglioramento nella comprensione del testo presentando ai ragazzi l'argomento prima della lettura; quelli con difficoltà di comprensione, dopo questa spiegazione, avevano delle prestazioni migliori.

Carr e Thompson (1996) proposero a un gruppo di lettori con difficoltà, a un gruppo di lettori abili di pari età e a un gruppo di ragazzi di età inferiore ma con abilità di lettura comparabile a quella degli allievi in difficoltà, dei brani il cui contenuto era familiare e non familiare. La lettura dei brani era seguita da una serie di domande, le cui risposte richiedevano di fare delle inferenze sul testo. In un condizione ai ragazzi veniva chiesto di attivare le conoscenze che già possedevano su quell'argomento, in una seconda condizione era lo sperimentatore a fornire delle informazioni prima della lettura. I risultati hanno mostrato che tutti i gruppi traggono beneficio dall'attivazione delle conoscenze precedenti fatta dallo sperimentatore, ma in special modo il gruppo di lettori in difficoltà (soprattutto con i brani per loro non familiari)


Stereotipi e pregiudizio

 

“Il guaio di ogni aforisma, di ogni affermazione è che può facilmente diventare una mezza verità, una fregnaccia, una bugia o un apposito luogo comune.” (Charles Bukowski)

 

Cercando di non dare un giudizio positivo o negativo, proveremo a spiegare in modo scientifico cosa sono, come funzionano e a cosa servono gli stereotipi.

Prima di tutto bisogna dire che ci si accorge degli stereotipi quando essi ci riguardano e, soprattutto, quando la loro valenza è negativa.  Possiamo definire gli stereotipi come una strategia di categorizzazione da cui si traggono inferenze e generalizzazioni. La nostra mente è strutturata per catalogare le informazioni e raggrupparle secondo un principio fondamentale: quello dell’economia cognitiva. Come dice Eleanor Rosch: “Less is more”, cioè meno è meglio.

Questo significa che il nostro cervello, per evitare di disperdere le sue risorse cognitive, cataloga le informazioni della realtà circostante secondo tratti salienti che definiscano un oggetto, una persona, un animale ecc, cercando di utilizzarne il meno possibile. Es: tavolo (4 gambe, rettangolare, piano). Quando questa catalogazione viene utilizzata nell'ambito sociale: a una determinata categoria di soggetti vengono attribuite tutta una serie di caratteristiche caratteriali e comportamentali, che da un lato ci servono a interpretare il mondo sociale in modo più rapido ma dall'altro ci impediscono di differenzialo in modo più fine e completo.

Le conseguenze che effettivamente gli stereotipi causano sulla nostra capacità di valutazione sociale, con tutto ciò che ne consegue, sono:

  • Esagerazione (delle caratteristiche attribuite a uno specifico gruppo);
  • Etnocentrismo (siamo portati a pensare che il modo di essere del nostro gruppo sia il migliore)
  • Sovrageneralizzazione (lo stereotipo si applica a tutti i membri di quello specifico gruppo).

Gli stereotipi sono modificabili?

Per rispondere a questa domanda bisogna prima di tutto dire che gli stereotipi sono frutto di un processo inconscio e spesso automatico, difficilissimo da controllare, e che spesso i tentativi del singolo sono controproducenti e in alcuni casi posso generare degli “effetti paradosso”. Secondo Allport, la modificazione degli stereotipi e la diminuzione del pregiudizio sono possibili purché si verifichino alcune condizioni nella fase di contatto tra i gruppi, vale a dire:

  • sostegno sociale e istituzionale:
  • contatto di tipo intimo e non  superficiale;
  • uguaglianza di status tra i gruppi;
  • cooperazioni tra i due gruppi per il raggiungimento di un determinato obiettivo comune e
  • il contatto deve essere piacevole.

Conclusione

Ciò che ognuno di noi deve ricordarsi e che siamo tutti soggetti agli stereotipi che possono portarci al pregiudizio e che, facendo molta attenzione, possiamo giudicare la realtà in modo più articolato e completo evitando i luoghi comuni, sapendo comunque che serve uno sforzo sociale coordinato perché questo possa veramente avvenire.

Consiglio per approfondire

Film : “Sacco e Vanzetti” 1971 di Giuliano Montaldo con Gian Maria Volontè