La comprensione del testo scritto

 

Se dovessimo fare una graduatoria delle capacità che hanno particolare rilevanza nella vita degli esseri umani, il processo di comprensione del testo sarebbe sicuramente fra i primi posti (Reed, 1988).

 

Decodifica vs. Comprensione

Una distinzione ormai consolidata è quella fra la componente di decodifica (lettura ad alta voce) e la lettura come comprensione. Per decodifica si intende la capacità di riconoscere e pronunciare correttamente le parole che compongono un testo, mentre la comprensione riguarda la capacità di coglierne il significato. Va osservato che esiste un rapporto fra lettura al alta voce e comunicazione ( si legge per un'altra persona, cercando di trasmettere il messaggio del testo attraverso la corretta lettura e l'enfasi appropriata, ed è meno importante che capisca chi sta leggendo) e fra lettura silente e processo più approfondito di comprensione personale da parte del lettore.

La differenziazione dell'abilità di leggere un testo in due componenti porta necessariamente a domandarsi che relazione esista fra loro: sicuramente sarebbe banale affermare che le due componenti sono fra loro indipendenti. Se pensiamo ad un bambino che impara a leggere, l'abilità di decodificare un testo è strumentale all'abilità di comprensione: non potrebbe esistere la comprensione se prima il lettore non fosse in grado di decifrare il testo e viceversa la comprensione facilita la decodifica.

Tuttavia un'ampia serie di prove raccolte da Cesare Cornoldi e Patrizio Tressoldi ha ormai documentato la sostanziale indipendenza fra gli aspetti di decodifica e di comprensione. Queste prove riguardano i differenti prerequisiti, i diversi processi sottostanti, le dissociazioni, le modeste correlazioni tra le abilità, la suscettibilità differenziata a modalità di intervento. La decodifica necessita di un insegnamento che dovrà mirare all'automatizzazione del riconoscimento delle parole, passando da una lettura basata sulla trasformazione grafema/fonema per ogni parola, alla lettura guidata dall'accesso a quello che viene chiamato lessico visivo, che consente il recupero diretto della forma fonologica della parola. Per la comprensione sarà necessario promuovere l'abilità di individuazione delle informazioni principali in un testo, la sua struttura, le caratteristiche che rendono più facili o più difficili i testi o l'abilità di trarre inferenze sia lessicali che semantiche.

 

Cosa significa "capire" un testo?

Capire un testo non significa semplicemente riuscire a ritrovare il significato di una frase a aggiungerlo a quello della frase successiva, ripetendo questa operazione fino alla fine del brano. Comprendere significa costruirsi una rappresentazione mentale del contenuto del testo (Johnson-Laird, 1983); la costruzione di questo modello mentale avviene attraverso l'integrazione di informazioni che il lettore già possiede (le sue conoscenze precedenti di tipo lessicale, sintattico e semantico) e di informazioni contenute nel brano che devono essere collegate in maniera appropriata. Gernsbacher e i suoi collaboratori (1999) hanno individuato un meccanismo di attivazione delle informazioni rilevanti e uno di soppressione di quelle irrilevanti che consentono la creazione di una struttura (structure bulding) rappresentante il significato del testo. Il lettore, al fine di comprendere un testo, seleziona all'interno di quest'ultimo le informazioni importanti, le integra con informazioni già elaborate, o già presenti nella sua memoria, formando una rappresentazione coerente del testo. La creazione di questa rappresentazione implica processi che coinvolgono la memoria a lungo termine, la memoria a breve termine e la memoria di lavoro (Kintsch, 1994).

 

Il lettore esperto

Le differenze tra lettori ce comprendono bene e lettori che comprendono male potrebbero quindi riguardare la quantità di conoscenze precedenti che un lettore possiede, la capienza del magazzino a breve termine o la capacità di mantenimento ed elaborazione della memoria di lavoro. Molti studi  hanno evidenziato come il patrimonio di conoscenze generali, che il lettore possiede sull'argomento, influenzi la comprensione del testo. Un lettore riesce cioè a comprendere e ricordare più facilmente testi che riguardano la disciplina in cui è esperto, a prescindere dalle caratteristiche del testo. Il lettore esperto, anche di fronte a testi poco coerenti riesce a sopperire alla scarsa trasparenza del testo, appoggiandosi al suo patrimonio di conoscenze che gli permette di compiere le adeguate inferenze.

Fare inferenze significa capire le cose non dette all'interno del testo, fare collegamenti, comprendere il significato di una parola sulla base del contesto in cui è inserita o disambiguare il significato di una parola polisemica; queste operazioni sono importantissime durante la comprensione del testo per creare una rappresentazione mentale coerente del testo. La capacità di trarre inferenze dal testo è strettamente legata al livello di maturità raggiunto nella lettura: bambini piccoli compiono un numero inferiore di inferenze rispetto ai bambini di età maggiore (Oakhill, 1994).

 

I cattivi lettori

Jane Oakhill dimostrò che i cattivi lettori, in una prova di comprensione del testo scritto avevano una prestazione scadente di fronte a domande che richiedono inferenze. Questo accadeva anche quando ai soggetti veniva data l'opportunità di consultare il testo per rispondere alle domande. Oakhill ha rilevato questa difficoltà dei cattivi lettori quando le inferenze erano di tipo costruttivo (creare dei collegamenti all'interno del brano) e quando si doveva comprendere il significato adeguato di una parola basandosi sul contesto.  I cattivi lettori in sostanza non differiscono dai buoni lettori soltanto nella quantità di conoscenze che possiedono ma anche nella capacità di rendere disponibili queste conoscenze al momento giusto (De Beni e Pazzaglia, 1995).

 

Come intervenire per migliorare la comprensione del testo

Hayes e Tierney proposero un training per il miglioramento nella comprensione del testo presentando ai ragazzi l'argomento prima della lettura; quelli con difficoltà di comprensione, dopo questa spiegazione, avevano delle prestazioni migliori.

Carr e Thompson (1996) proposero a un gruppo di lettori con difficoltà, a un gruppo di lettori abili di pari età e a un gruppo di ragazzi di età inferiore ma con abilità di lettura comparabile a quella degli allievi in difficoltà, dei brani il cui contenuto era familiare e non familiare. La lettura dei brani era seguita da una serie di domande, le cui risposte richiedevano di fare delle inferenze sul testo. In un condizione ai ragazzi veniva chiesto di attivare le conoscenze che già possedevano su quell'argomento, in una seconda condizione era lo sperimentatore a fornire delle informazioni prima della lettura. I risultati hanno mostrato che tutti i gruppi traggono beneficio dall'attivazione delle conoscenze precedenti fatta dallo sperimentatore, ma in special modo il gruppo di lettori in difficoltà (soprattutto con i brani per loro non familiari)


Stereotipi e pregiudizio

 

“Il guaio di ogni aforisma, di ogni affermazione è che può facilmente diventare una mezza verità, una fregnaccia, una bugia o un apposito luogo comune.” (Charles Bukowski)

 

Cercando di non dare un giudizio positivo o negativo, proveremo a spiegare in modo scientifico cosa sono, come funzionano e a cosa servono gli stereotipi.

Prima di tutto bisogna dire che ci si accorge degli stereotipi quando essi ci riguardano e, soprattutto, quando la loro valenza è negativa.  Possiamo definire gli stereotipi come una strategia di categorizzazione da cui si traggono inferenze e generalizzazioni. La nostra mente è strutturata per catalogare le informazioni e raggrupparle secondo un principio fondamentale: quello dell’economia cognitiva. Come dice Eleanor Rosch: “Less is more”, cioè meno è meglio.

Questo significa che il nostro cervello, per evitare di disperdere le sue risorse cognitive, cataloga le informazioni della realtà circostante secondo tratti salienti che definiscano un oggetto, una persona, un animale ecc, cercando di utilizzarne il meno possibile. Es: tavolo (4 gambe, rettangolare, piano). Quando questa catalogazione viene utilizzata nell'ambito sociale: a una determinata categoria di soggetti vengono attribuite tutta una serie di caratteristiche caratteriali e comportamentali, che da un lato ci servono a interpretare il mondo sociale in modo più rapido ma dall'altro ci impediscono di differenzialo in modo più fine e completo.

Le conseguenze che effettivamente gli stereotipi causano sulla nostra capacità di valutazione sociale, con tutto ciò che ne consegue, sono:

  • Esagerazione (delle caratteristiche attribuite a uno specifico gruppo);
  • Etnocentrismo (siamo portati a pensare che il modo di essere del nostro gruppo sia il migliore)
  • Sovrageneralizzazione (lo stereotipo si applica a tutti i membri di quello specifico gruppo).

Gli stereotipi sono modificabili?

Per rispondere a questa domanda bisogna prima di tutto dire che gli stereotipi sono frutto di un processo inconscio e spesso automatico, difficilissimo da controllare, e che spesso i tentativi del singolo sono controproducenti e in alcuni casi posso generare degli “effetti paradosso”. Secondo Allport, la modificazione degli stereotipi e la diminuzione del pregiudizio sono possibili purché si verifichino alcune condizioni nella fase di contatto tra i gruppi, vale a dire:

  • sostegno sociale e istituzionale:
  • contatto di tipo intimo e non  superficiale;
  • uguaglianza di status tra i gruppi;
  • cooperazioni tra i due gruppi per il raggiungimento di un determinato obiettivo comune e
  • il contatto deve essere piacevole.

Conclusione

Ciò che ognuno di noi deve ricordarsi e che siamo tutti soggetti agli stereotipi che possono portarci al pregiudizio e che, facendo molta attenzione, possiamo giudicare la realtà in modo più articolato e completo evitando i luoghi comuni, sapendo comunque che serve uno sforzo sociale coordinato perché questo possa veramente avvenire.

Consiglio per approfondire

Film : “Sacco e Vanzetti” 1971 di Giuliano Montaldo con Gian Maria Volontè


Siti pornografici: istruzioni per l'uso

La sessualità è un rischio dove l'individuo gioca la sua identità e la società il suo ordine.

Umberto Galimberti

 

Nella mia esperienza professionale e nella mia osservazione più informale all'interno della cerchia di
amici e conoscenti ho rilevato la presenza di un forte tabù circa la sessualità. Ma questo non è certo un
segreto, soprattutto quando parliamo dell'Italia. Il messaggio implicito è quello “non è bene parlare di
sessualità”. Ma la sessualità fa parte della sfera individuale e sociale e allora si ha la curiosità di conoscere, di capire,
di provare.

I siti pornografici

Proprio per questo, a fronte di un forte tabù, mi stupisco di quanto, in realtà sia molto debole. Basta
aprire un spiraglio sull'argomento per trovarsi immersi di domande, curiosità e grande voglia di
conoscenza. Ma se non si trova questo spiraglio ognuno fa come può e i siti pornografici sono certamente
uno strumento di facile accesso. Se cerchiamo una risposta alla nostra poca conoscenza in fatto di sessualità certo non troveremo risposte che corrispondono a vero.

La conoscenza implicita che veicola tramite questi siti è fortemente fallata. La sessualità è solo
performance: una “buona performance fisica porta a grende piacere”.

Diciamo che non è proprio così. Cosa si intende per buona performance fisica? Cosa significa provare
grande piacere? Quando si prova grande piacere? Cosa si prova quando si ha un orgasmo? Come si può
arrivare a provare un orgasmo? Sono queste le domande che la gente si fa e a cui cerca risposa.

Le risposte che si possono trovare

Risposte che troverà ma che saranno assolutamente errate, aumentando così, a volte, il senso di
inadeguatezza e la confusione circa gli argomenti. Nei video pornografici manca la sfera erotica
dell'esperienza sessuale, completamente ignorata, manca emozione, manca sentimento di qualsiasi tipo
esso sia. Manca la relazione che si instaura tra i soggetti e che permette il crescere del desiderio ,
dell'eccitazione e del godimento. Tutto avviene magicamente solo con una scarica fisica istintuale.
Nella realtà dei fatti l'eccitazione è si un fatto biologico che però, raramente, scatta senza stimoli o
desideri. L'eccitazione accresce quando alimentata da una forte componente mentale, chimica, di
vicinanza corporea. La sessualità in sostanza è altro da quello che questi siti fanno vedere, la sessualità è
un insieme di componenti: da un lato gli atti finalizzati alla riproduzione e alla ricerca del piacere;
dall'altro anche gli aspetti sociali che si sono evoluti in relazione alle caratteristiche diverse dei generi
maschile e femminile.

La pornografia è quindi qualcosa di negativo?

Ma non vorrei demonizzare l'uso di questi siti. Penso che possiamo trovare degli aspetti positivi.
In particolare due :

L'autoerotismo e quindi l'opportunità di esplorare e fare conoscenza del nostro corpo.

Ognuno è unico, fatto a proprio modo e solo facendo esperienza può arrivare a conoscersi. Ci si tocca,
qualcosa ci piace, qualcosa no. Qualcosa produce in noi sensazioni positive, qualcosa ci rende
indifferenti, il nostro corpo risponde. E' questa la normalità. Saperlo ci porta un grande vantaggio.
Nell'incontro con l'altro siamo presenti, consapevoli, capaci di relazionarci in uno scambio che può
portare ad un piacere reale senza sentirci succubi, insicuri, in balia.

Incentivare le nostre fantasie sessuali

Le fantasie sessuale hanno un grande ruolo per il benessere sessuale: permettono di favorire l'eccitazione, incrementarla e creare un'atmosfera di gioco e complicità nell'incontro sessuale.
L’organo sessuale più potente è il cervello.
Possiamo certamente distinguere tra fantasie buone e cattive, più o meno in linea con l'idea che abbiamo
di noi e, proprio per questo, più o meno dicibili ma sopratutto più o meno praticabili. Ma non per questo
non pensabili.
Ma allora, dobbiamo sempre rendere concrete le nostre fantasie? Non è questo che sto dicendo. Sono
potenti proprio perchè fantasie, proprio perchè il gioco del “facciamo come se...” non porta a danni fisici
e non porta a delusioni. Quel pensiero rimarrà eccitante proprio perchè pensato e, magari, agito in termini
di immaginazione insieme al proprio partner sessuale.

In sintesi

La sessualità è un tabù, quindi

  • cerco di conoscere questa sfera
  • frequento siti pornografici

quello che mi rimane è:

  • da un lato una grossa confusione e insicurezza paragonando questo alla propria
    vita sessuale;
  • dall'altro una conoscenza più profonda di me circa il corpo e le fantasie.

Quindi: sentiamoci legittimati a cercare risposte, ad essere incuriositi. La sessualità è una parte che ci
riguarda ma poniamoci in maniera critica di fronte ad immagini che rimandano ad un'idea di sessualità
come solo mero atto fisico. La sessualità è complessa: convergono in essa elementi sociali, culturali,
personali.
Facciamo tesoro delle sensazioni che producono in noi per poterle approfondire, cercarle nell'incontro
sessuale, incentivarle, creando un dialogo.
ROMPIAMO IL TABÙ, PARLIAMO DI SESSUALITÀ.


Bambini Digitali

"Bambini digitali", ovvero il rapporto che i nostri figli hanno con le nuove tecnologie e che fa tanta paura a noi adulti, genitori, educatori, insegnanti.

Prima di iniziare vorrei giocare un attimo con voi e chiedervi: Ripensando alla vostra storia personale quali sono quelle esperienze “generazionali”? Cioè eventi dei quali vi ricordate esattamente dove e con chi eravate quando avete assistito a quella cosa, cosa stavate facendo in quel preciso istante. C’è una regola: deve essere qualcosa che pensate sia condivisa con la maggior parte delle persone della vostra generazione. Pensateci un attimo, ci torneremo tra poco.

L’idea per il tema di questa diretta mi è venuta dalla mia esperienza di lavoro con i bambini dai 3 ai 12 anni. In questi anni ho visto un po’ di tutto. Da bambini con problemi comportamentali che passano le notti davanti al tablet, a bambini capaci di andare su internet senza sapere ancora leggere. Allora mi sono domandato: ma questi aggeggi, questi schermi, sono un problema o una potenzialità?

Man mano ho capito però quanto sia complesso questo tema e quanto sia necessario uscire da una dinamica “a favore” o “contro” la tecnologia. Per cui stasera sarà il primo episodio di una serie di live nelle quali cercherò di navigare intorno a questo argomento, provando a osservarlo da punti di vista sempre diversi. Non so se alla fine avremo una risposta chiara e definitiva, ma spero di rendere conto della complessità della situazione.

Ora io vorrei subito andare al punto e concentrarmi sulle tre principali paure che attanagliano gli adulti nei confronti a questo tema. Se ne avete altre scrivete le vostre paure o considerazioni nei commenti, proveremo a parlarne stasera o prossimamente.

Gli schermi sono passivi. Impediranno ai nostri figli di fare esperienze “vere”

Una scena che mi capita di osservare, non solo al lavoro, è quella di un genitore che per calmare un figlio agitato lo piazza davanti a un tablet a guardare Peppa Pig, o qualche giochino. Non so se vi sia mai capitato di vederlo al ristorante o in sala d’aspetto o di farlo come genitore.

Da clinico mi potrei chiedere “Perché questo si comporta il quel modo? Forse, banalmente, vuole attirare la mia attenzione perché lo sto ignorando. Se però lo piazzo davanti a uno schermo che messaggio gli do? Non ho tempo/energie/voglia di occuparmi di lui? Quello schermo quindi diventa una cosa molto importante perché sostituisce l’attenzione di un genitore. La colpa è del tablet?È come dire che se metto mio figlio di 4 anni a guidare una Ferrari e lui si sfracella contro un albero, la colpa è della Ferrari. Il problema è che in questo caso l’esperienza digitale non offre qualcosa di nuovo, ma sostituisce un qualcosa che non dovrebbe sostituire.

Proviamo a spostare completamente il focus. Qualche settimana fa Alessia ci ha parlato di Realtà Aumentata. Nonostante si “virtuale” la RA è un’esperienza abbastanza reale da essere utilizzata in psicoterapia e non solo. Ad esempio esistono delle applicazioni educative che simulano il movimento di alcuni animali, come i pipistrelli. Un po’ tipo la Wii ma un’esperienza più immersiva.I bambini giocano ad essere pipistrelli, muovono le braccia e sullo schermo vedono un pipistrello che fa i loro movimenti. Poi l’attività si conclude e cosa accade? I bambini continuano a giocare tra loro ad essere pipistrelli, mangiano i moscerini, volano ecc. Inoltre si ricordano tutte le caratteristiche dei pipistrelli. In questo modo l’utilizzo di un tablet può diventare una vera e propria esperienza, associata a delle emozioni e che permette un migliore apprendimento.

(Ad esempio la realtà aumentata del National Geographic. Vi sembra un'esperienza passiva?)

Giocare su questi schermi è una perdita di tempo. Li distrarrà dalla scuola.

Certo, passare 5-6 ore ogni pomeriggio davanti ai videogiochi può distrarre dalla scuola. Per la verità anche andare al parco a giocare a pallone. Siamo tutti d’accordo che qualsiasi attività non educativa che va a occupare una grossa fetta di tempo del bambino gli toglie tempo per studiare (è una ovvietà).

Anche qui, però proviamo a spostare il punto di vista. Negli USA hanno esistono delle ricerche che hanno provato ad analizzare il comportamento degli utenti durante i videogiochi: come quando mettono in pausa, quando si inceppano, quanto tempo ci mettono a superare certi livelli di difficoltà. Hanno messo questi dati in relazione con i test di valutazione relativi alla predizione del rendimento scolastico. La cosa sorprendente è che i dati combaciano quasi esattamente.

Questo cosa vuol dire? Che si potrebbero utilizzare videogiochi come strumenti di valutazione cognitiva, evitando così lo stress delle classiche valutazioni, la vergogna, quelle assurdità (opinione mia) degli Invalsi. Al contrario i bambini potrebbero essere valutati divertendosi e mettere i loro educatori in condizione di modellare l’insegnamento sulle loro caratteristiche. Oppure possono essere usati anche per la riabilitazione o il potenziamento, come ci ha spiegato ancora Alessia qualche settimana fa (che è sempre un passo avanti a tutti noi e ci segue sempre) riguardo i disturbi dell’apprendimento. Migliore autostima, ottima predizione.

Questi schermi mi isolano da mio figlio

Immaginiamo una scena tipica: dovete preparare da mangiare e in quella mezzora date un tablet a vostro figlio perché non avete alternative. Poi però vi sentite in colpa. Immaginate però che a un certo punto sul vostro telefono (che sicuramente sarà lì a portata di mano) arrivi una notifica che dice “Andrea ha appena associato 5 parole in rima. Chiedigli di giocare con te. E gli scrivete “trovami una parola che fa rima con Cane”. Alcune ricerche sottolineano che in questo modo i genitori sentono di avere il controllo, sono entusiasti di giocare con i figli. E anche i bambini piace, sia per l’aspetto “magico” che hanno questi strumenti (mio papà indovina quello a cui sto giocando), sia perché si crea relazione con i loro genitori.

Conclusione

Torniamo alla domanda fatta all’inizio. Ho fatto un sondaggio tra i miei amici e conoscenti e quelli della mia generazione hanno risposto quasi tutti: 11 settembre e mondiali del 2006. I miei genitori hanno aggiunto giustamente lo Sbarco sulla Luna,. Questo vuol dire, banalmente, che le principali esperienze che hanno segnato le generazioni degli ultimi 50 anni sono state mediate da un televisore. Per noi ora è normale, e forse tra 20 anni a questa domanda si risponderà con un video Youtube o le dirette di Adagio e si ripenserà a quel periodo con nostalgia dei bei tempi andati.

Quello che fa tutta la differenza è partecipare dell’esperienza con i propri bambini. Quindi innanzi tutto dobbiamo imparare noi adulti a usarli e gestirli (se qualcuno di voi è inserito in una chat Whatsapp del lavoro o dei genitori sa di cosa parlo). Vuol dire che se noi adulti guardiamo lo smartphone mediamente 50 volte al giorno (statistiche alla mano) e lo facciamo davanti a loro non possiamo dire ai nostri bambini che è una cosa negativa. È vero, i bambini non hanno gli strumenti per capire e per dare un valore a quello che compare sui loro schermi.

Non voglio dire che bisogna dare qualsiasi cosa in mano ai nostri bambini, che in nome del progresso dobbiamo riempirli di tecnologia. Anzi secondo me ci sono dei limiti da mettere, e delle distinzioni chiare da fare, di cui parlerò nella prossima diretta. Gli schermi sono e saranno parte della loro vita e non possiamo pensare che eliminarli e basta sia la soluzione.

Se veniamo sopraffatti dalla paura, i bambini non impareranno mai come usarli adeguatamente. Sta quindi a a noi adulti capire e parlare senza paura di questi strumenti e spiegargli, in un modo che sia per loro digeribile (un po’ come quegli uccellini che masticano il cibo per i pulcini) che questo sarà il mondo che loro vivranno nei prossimi anni.


Speciale Elezioni 2018

Oggi proveremo leggere il risultato di queste elezioni con la lente della cosiddetta “psicologia delle masse” cercando anche di capire se e in che modo i social network abbiano avuto un ruolo.

Partiamo dai dati (camera e senato hanno percentuali simili):

Centrosinistra circa 23%
Movimento 5 Stelle circa 32%
Centrodestra circa 37% (Lega 17%)
Liberi e uguali 3%.

Aldilà degli aspetti politici di coalizione e formazione del governo con tutte le difficoltà annesse, sembra evidente che si possono evidenziare due exploit: la Lega e il M5S. Forse non è un caso che questi due partiti siano stati tra quelli che più hanno sfruttato i social network, per coinvolgere le persone e screditare gli avversari (es. fake news).

Quanto hanno influito i social network?

Per rispondere ho trovato una ricerca pubblicata questo febbraio della International Society of Political Psychology, una organizzazione no profit coinvolta nell'esplorazione delle relazioni tra i processi psicologici e fenomeni politici. In questa ricerca intitolata (inglese): “Come i social media facilitano la protesta politica” hanno preso in considerazione un enorme numero di dati relativi a recenti movimenti di protesta, come Occupy Wall Street in USA, Indignados in Spagna, Turchia e Ukraina. Hanno evidenziato che i social hanno avuto un’influenza in tre aspetti:

1) Nella facilità di accesso e condivisione di informazioni pratiche, organizzative;

2) Nello scambio di emozioni e motivazioni a favore e contro le proteste;

3) Nella rilevanza che hano avuto certe informazioni e di conseguenza nel successo o fallimento di alcuni sforzi organizzativi.

Il terzo punto è il più complesso. Vuol dire è che la scelta soggettiva del social utilizzato per informarsi, influenza la rilevanza che viene attribuita alle informazioni di cui fruisco.

Facebook ad esempio si basa sulle amicizie, per cui i contenuti che mi compaiono di più in bacheca sono quelli condivisi dai miei amici e da persone che probabilmente la pensano come me o hanno valori simili ai miei.

Twitter, privilegia contenuti di persone che come me seguono certi temi o certe pagine o certi personaggi. Questo in qualche modo “ritaglia” le informazioni che mi arrivano e, nonostante io abbia la sensazione di essere più informato, in realtà rischio di continuare a vedere cose che confermano le mie idee.

Inoltre, l’utente tende ad attribuire più valore ai contenuti condivisi dagli amici rispetto a quelli pubblicati da fonti autorevoli. La struttura dei social da spesso più rilevanza alle notizie con molte interazioni. Se queste interazioni sono fatte da persone con cui l’utente ha un legame (di amicizia o di idee) ho la percezione che quella informazione abbia più valore, indipendentemente da chi l’ha pubblicata.

La psicologia di massa

I social hanno un ruolo importante nell’amplificare, nel bene o nel male, alcuni processi psicologici di massa. Ma quali sono questi processi psicologici?

Noi viviamo in una società di massa. La società di massa si è affermata progressivamente dalla seconda rivoluzione industriale (metà ‘800) fino ai giorni nostri. In due parole la nostra è una società in cui i singoli individui tendono a scomparire rispetto al gruppo o massa.

Di questi aspetti ne hanno parlato molti sociologi e psicologi. In particolare stasera io mi baserò su Freud che nel 1921 scrive il saggio “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” che è un testo molto attuale e su altri autori come Jung, Canetti e Ortega y Gassett.

Provando sintetizzare, la psicologia delle masse è caratterizzata da tre aspetti:

Un pensiero strutturato come “know-how”

Dalla fine dell’800 ad oggi si è sempre più affermato un pensiero fatto di procedure, razionalizzazioni, organizzazione, cose concrete, materiali. Pensiamo all’importanza che ha assunto il pensiero scientifico nella nostra cultura, o più semplicemente ai “5 facili modi per risolvere questo problema”. È un pensiero sempre più simile alla burocrazia (che però è un meccanismo che appartiene agli apparati statali non alle persone). Oggi anche il nostro pensiero è burocratizzato, standardizzato.

Carenza di risorse individuali

Nella nostra società c’è una relazione compromessa con i nostri istinti. Prendiamo ad esempio il mangiare. È un istinto assolutamente soddisfatto dalla nostra società. Ormai mangiamo quasi sempre per abitudine, per status sociale, per hobby, per astinenza. Siamo iper-nutriti e per fortuna non soffriamo più la fame. Eppure siamo anche la società con i maggiori disturbi alimentari. Il rapporto con i nostri istinti è compromesso. C’è negazione collettiva della morte. Siamo sempre più protetti, nutriti, curati, assicurati. Vuol dire più benessere ma meno risorse per affrontare le difficoltà. Meno risorse = bisogno di protezione = più paura = difesa dalle emozioni negative = panico (tipico delle masse) . Un circolo vizioso.

Identificazione e narcisismo

Le relazioni tra le persone sono sempre più legate a questi aspetti. Un esempio chiaro è il rapporto con l’autorità. Oggi è impensabile che un capo (un politico, un insegnante, un genitore) si presenti come una autorità che dice cosa fare, qualcuno di superiore e perfetto. No, il leader nella società di massa è qualcuno come me o che corrisponde a un mio ideale, nel quale mi posso identificare. Non è autoritario ma “magico”, mi propone una soluzione “magica” a tutti i miei problemi (Salvini, Trump, Renzi, Hitler). Un capo del genere crea delle relazioni molto superficiali e legate a fantasie di onnipotenza (tipico del narcisismo): noi insieme potremo fare questo e quell’altro. Yes we can! Il rovescio della medaglia è che così come ti ho “amato” un minuto dopo, se mi deludi ti demolisco (Renzi).

Gli individui nella società di massa, quindi noi, NOI siamo fanciulli aggrappati a un mondo di protezione in cui non dobbiamo metterci troppo in gioco. Una enorme mamma che ci nutre e ci protegge da ogni paura. Sviluppiamo poche risorse, ci sentiamo costantemente abbandonati da un mondo che non vede la nostra soggettività, i nostri problemi, il fatto che siamo speciali.

Conclusione

Credo che Lega e 5 Stelle sono stati i migliori a sfruttare i social network per amplificare questi aspetti psicologici delle masse:

1) I social facilitano la condivisione di informazioni pratiche, e loro hanno offerto soluzioni concrete, il know-how;

2) I social facilitano la condivisione di emozioni e motivazioni a favore e contro le proteste e loro hanno lavorato sul nostro bisogno di protezione, sulla nostra rabbia per non essere visti da mamma-e-papà-Stato, tramutandoli in motivazioni per votarli;

3) I social danno rilevanza ai contenuti simili a te e con i quali ti puoi identificare e loro sono stati bravi a sfruttarli per presentarsi come leader “magici”, come noi ma che insieme a noi avrebbero finalmente potuto risolvere il problema.


Proiezione e proiettili

Nel pomeriggio del 14 febbraio 2018, pochi giorni fa, a Parkland, in Florida (Stati Uniti) nella Marjory Stoneman Douglas High School un ragazzo di 19 anni, Nikolas Cruz ha ucciso 17 persone prima di essere arrestato dalla polizia. È la sparatoria più grave di sempre in un scuola superiore statunitense e l’ultima di una lunga serie di assalti con armi negli istituiti scolastici che va avanti ormai da un paio di decenni.

Il presidente Trump ha reagito immediatamente con un tweet di vicinanza alle vittime. Poi il 15 febbraio, in una conferenza stampa, si è concentrato sul fatto che Cruz avesse “problemi mentali”, e che si debba intervenire su questo. Trump non ha però affrontato il tema, dibattuto da decenni, della proliferazione delle armi negli Stati Uniti e della relativa facilità con cui è possibile acquistarne una anche tra i giovanissimi.

Il 16 febbraio Jessica Henderson Daniel la presidente dell’APA (American Psychological Association) la più grande organizzazione scientifica e professionale che rappresenta la psicologia in USA, ha dichiarato (traduzione mia):

Mentre le forze dell’ordine stanno ancora mettendo insieme le motivazioni che hanno spinto il tiratore della sparatoria, alcune figure pubbliche e le fonti di notizie si stanno focalizzando sulla sua salute mentale. È importante ricordare che solo una piccola percentuale di atti violenti è commessa da persone diagnosticate o trattate per malattie mentali. Inquadrare la conversazione sulla violenza da armi da fuoco nel contesto della malattia mentale fa un disservizio alle vittime di violenza e stigmatizza ingiustamente le molte persone che soffrono davvero di malattie mentali.

Il New Yorker ha ripubblicato sul suo sito un articolo del 19/10/2015 scritto da Malcolm Gladwell. L’autore analizza le stragi scolastiche più celebri fino a quella data. Non riesce a trovare un vero filo conduttore se non una certa ritualizzazione dopo la strage di Columbine. Conclude dicendo:

Il problema non è che esiste un rifornimento infinito di giovani profondamente disturbati capaci di commettere atti orribili. È peggio. Il fatto è che i giovani uomini non hanno più bisogno di essere disturbati per contemplare la possibilità di commettere atti orribili.

Proiezione

Ecco, la mia idea è che dietro questi “atti orribili” ci sia un processo psicologico comune e importantissimo che in qualche modo va in tilt. Questo processo si chiama proiezione.

La proiezione è un giudizio sbagliato che successivamente viene corretto. C’è una differenza però tra la proiezione e un errore di valutazione. Quest’ultimo può essere facilmente corretto avendo maggiori informazioni o una migliore conoscenza dei fatti. La proiezione è invece accompagnata da una certa carica emotiva. La persona che emette il giudizio si difende strenuamente dalla correzione e, se la accetta, si sente delusa o sminuita.

Questo accade perché il contenuto della proiezione è in realtà un qualcosa di soggettivo che viene attribuito a qualcun altro. In sostanza io vedo nell’altro qualcosa che non c’è o c’è solo in minima parte. Questo è importante: la proiezione, il giudizio erroneo non investe casualmente ma di solito l’oggetto della proiezione offre un gancio, sul quale io posso appendere un mio cappotto e vestire l’altro con un abito che è in realtà mio. Tutta questa dinamica è in larga parte inconsapevole: di solito, se va bene, me ne accorgo solo successivamente.

Che cosa viene proiettato

Di solito è un aspetto negato della nostra personalità, il negativo della nostra personalità, la nostra ombra. Una persona sottomessa avrà un’ombra autoritaria e tenderà a proiettarla sugli altri vedendoli come autoritari e quindi continuare a sottomettersi. La proiezione può essere positiva, quindi vedo nell’altro qualcosa di più grande di come è, lo idealizzo, lo innalzo e gli do potere; oppure negativa vedendo l’altro inferiore, minaccioso, da distruggere o controllare.

In questo caso la sensazione è quella di ricevere un proiettile, fa male. Ci sono molti miti , fiabe e racconti dove si riprende questo tema del mandante di un proiettile a un ricevente. Di solito che manda è una divinità, che spara una freccia o un dardo a qualcuno che rivece e viene ferito, si ammala, viene trasformato. Pensate a cupido, o Zeus o a credenze popolari come il malocchio.

Se riesco ad avere un buon rapporto con la mia ombra questo processo è estremamente ricco. Pian piano riesco a integrare parti di me che inizialmente non mi piacciono e la mia personalità assume spessore, tridimensioalità.

Se invece il rapporto è cattivo si crea una grande distanza, la parte negata si carica sempre più di emozione e viene continuamente proiettata sugli altri. La mia personalità diventa bisimensionale e si può arrivare a una rottura totale e a una alienazione della persona.

Un risvolto pratico

Allora, partiamo appunto da qualcosa di molto pratico. Riflettere sulle nostre dinamiche proiettive – cioè riflettere maggiormente quando c’è qualcosa che ci irrita profondamente negli altri o in una categoria di persone, o mettere in discussione i nostri giudizi quando si rivelano sbagliati ma sentiamo una carica emotiva – è fondamentale, come dicevo prima per arricchire la nostra personalità. Ci fa capire qualcosa di più su noi stessi.

Anche chi riceve la proiezione deve provare a fare una riflessione profonda per capire se quanto veniva su di lui proiettato era completamente falso o c’è un gancio che, inconsapevolmente, ha offerto all’altra persona. Come si dice, le critiche ci aiutano a crescere. In entrambi i casi si deve sviluppare una forte dose di umiltà.

Conclusione

Ritornando al fatto di cronaca, alla luce di quello che abbiamo accennato, secondo me si possono fare due riflessioni:

  • La prima riguarda il ragazzo che ha sparato. Ritengo che da un punto di vista psichico -poi ci sono considerazioni sociali, familiari ecc- ci sia stata proprio quella spaccatura di cui parlavo prima tale da portarlo a confondere la propria realtà emotiva e quella esterna. È come se se si fosse tutto concretizzato: lui è diventato un essere potente, un demone un dio che può lanciare le sue frecce e i suoi poteri, e le sue proiezioni sono diventait proiettili di piombo.
  • La seconda riguarda la società americana. Se vale la regola del gancio allora anche chi ha ricevuto i proiettili ha in qualche modo una responsabilità. Chiaramente i ragazzi morti o feriti non hanno alcuna colpa, singolarmente. Ma forse l’attacco è a una istituzione a una società che farebbe bene a riflettere su qualche possa essere il gancio che spinge a tanta violenza nei suoi confronti.

La Maschera del web

Oggi parleremo di identità online. La mia ipotesi è che la costruzione dell’identità digitale segua regole simili alla costruzione dell’identità sociale in qualsiasi altro ambito della vita.

Vi ricordate il film The Mask con Jim Carrey? Quand’è uscito questo film io avevo 8-9 anni e avevo la videocassetta e, vi giuro, l’ho davvero consumata! Per chi non lo sapesse il film parla di un ragazzo non particolarmente di successo che trova una maschera diciamo “magica” che lo trasforma in un personaggio da cartone animato.

Ad ogni modo, l’idea di una maschera che permette di diventare qualcun altro non nasce con questo film. Ora torniamo indietro, solo per un attimo, fino al teatro dell’antica Grecia. Ai tempi gli attori sul palco erano pochi e spesso indossavano proprio delle maschere per interpretare i diversi personaggi della storia. Queste maschere, mi pare, erano chiamate prosopon ma magari condividete il video con qualcuno che ha fatto il classico perché non sono sicuro. In latino la maschera del teatro venne poi chiamata Persona.

La Persona

È molto interessante anche la sua etimologia. Persona letteralmente significa “suonare attraverso” e quindi rimanda all’idea di un “filtro”. In entrata, perché lo sguardo dello spettatore non vedeva il vero attore ma il suo corpo e la maschera; in uscita perché la voce dell’attore risuonando attraverso la maschera si modificava.

Questo concetto della Persona/maschera è stato poi ripreso in tutto il novecento, sia da molti psicoanalisti sia in letteratura. Io vi propongo una possibile lettura ma se conoscete altri ambiti o autori che si sono occupati di questo tema scrivetelo nei commenti.

Nel libro - L’Io e l’inconscio - Jung riprende il concetto di Persona per connotare una funzione psicologica. Nello specifico la Persona, per Jung, è la funzione di relazione con la coscienza collettiva. Vuol dire che quando noi ci presentiamo al mondo costruiamo una (o più) personalità il più possibile adeguata al contesto. Pensateci, nessuno di noi è esattamente la stessa persona con gli amici, al lavoro, in famiglia ecc.

Un altro maestro della psicoanalisi, Winnicott, distingueva tra vero sé e falso sé per sottolineare la differenza tra un aspetto “vero”, nucleare, nudo della nostra psiche e un aspetto “falso”, adattato, difeso. Normalmente queste maschere sono tutte sfumature del nostro colore principale, della nostra individualità “vera”.

Cito autori del secolo scorso perché voglio sottolineare che, a mio parere, i meccanismi di costruzione di una identità su, ad esempio Facebook, seguono regole molto simili alla costruzione di una identità sociale in altri contesti. Possiamo dire che oggi il web è uno dei possibili campi sociali dentro i quali si muovono le dinamiche di costruzione di una identità.

Identità

L’identità, anche qui riprendendo l’etimologia, rimanda all’idea di uguaglianza psicologica. Ora se noi siamo totalmente identici alla nostra maschera sociale, che so lo psicologo o il professore, noi smettiamo di essere autentici o, peggio, siamo psicologi o professori a lavoro, ma anche a casa, con gli amici, nelle relazioni sentimentali ecc.

Pensiamo alla vita online, alla distanza che ci può essere da un profilo social rispetto alla persona “reale”. Se la mia identità si costruisce solo in un ambito si va verso una rigidità per cui io finisco con l’essere sempre la mia maschera. Pensate ad alcuni attori diventati famosi per un certo ruolo o cantanti che hanno fatto una o due canzoni di successo e per una vita vivono dietro quella identità e non riescono a staccarsi.
Oppure può avvenire il contrario, viene rimossa la maschera e non si ha più alcun filtro: a comandare sono le nostre emozioni ad esempio di amore o di odio. Pensate a quante persone utilizzano l’interfaccia web in modo totalmente inconscio, non consapevoli di quello che scrivono, non riuscendo a filtrare le proprie parole.

La maschera che indossiamo online può essere completamente diversa da quella che indossiamo diciamo offline, così come quella che portiamo al lavoro è diversa da quella che vestiamo in famiglia. Questo aspetto di parziale “falsità” è da tenere in considerazione tanto nelle terapie tradizionali che durante un colloquio su Skype.

Assenza di corpo

In linea di massima credo che le dinamiche di costruzione dell’identità siano simili online e “offline”, tranne che per una differenza molto grande: l’assenza di corpo.

Quando siamo in ufficio, o in famiglia, per quanto la nostra identità possa essere falsificata, per quanto la nostra maschera possa essere distante dalla nostra individualità, il nostro corpo è qualcosa di autentico che non possiamo mai del tutto nascondere. Questo, anche in minima parte, ci porta al mondo come non completamente staccati dalla nostra individualità.

Internet, invece, è senza corpo. In alcuni casi questo può aiutare, ad esempio per chi ha un difficile rapporto col proprio corpo. Il rischio però è una dissociazione tra noi come siamo e noi come ci mostriamo. Paradossale in un’epoca dove tutto deve essere concreto, materiale e misurabile.

Ho l’impressione, e con questo concludo, che il digitale stia proprio andando nella direzione di compensare questa mancanza. Siamo passati da nickname fittizi e foto profilo che non erano MAI foto personali. Ora si mette il proprio nome, la propria foto. È aumentata moltissimo l’importanza delle immagini e dei video. E poi la realtà aumentata e tutta una serie di innovazioni che esploderanno nei prossimi anni.

La mia impressione è che si vada sempre più alla ricerca di corpo, che possiamo definire il grande assente nelle nostre identità digitali.


Imparare più facilmente grazie alla tecnologia

La tecnologia può essere un alleato utile ed efficace per facilitare i processi di apprendimento, in particolare per bambini e ragazzi che hanno difficoltà o veri e propri disturbi dell’apprendimento.

Il 3% della popolazione scolastica presenta disturbi dell’apprendimento. Bambini e ragazzi che soffrono di questi disturbi sono intelligenti come i loro coetanei, ma hanno una differente modalità di funzionamento cerebrale. Ciò implica maggiore fatica ad acquisire alcune competenze, in particolare la competenza della lettura nel caso della dislessia, la competenza della scrittura, nel caso di disortografia e disgrafia e la competenza del calcolo, nel caso della discalculia. La diagnosi di tali disturbi può essere effettuata da equipe certificate che comprendono diverse figure professionali: psicologo, logopedista e neuropsichiatra.

Le tecnologie possono rappresentare un valido aiuto perché permettono di aggirare o compensare alcune delle difficoltà tipiche dei disturbi dell’apprendimento. Nel caso della dislessia, ad esempio, può essere molto utile l’utilizzo di software con la sintesi vocale, che contengono, cioè, una voce in grado di leggere automaticamente il testo inserito. Questo permette al bambino dislessico di aggirare la sua difficoltà di lettura, sfruttando il canale uditivo invece del canale del testo scritto, raggiungendo in minor tempo e con minore fatica l’obiettivo di comprendere la materia di studio. Nel caso della disortografia e disgrafia, invece, possono essere utilizzati software che uniscono permettono la video scrittura con il correttore ortografico, che segna la parola scorretta e fornisce dei suggerimenti per correggerla. Alcuni di questi programmi uniscono la sintesi vocale al correttore, ovvero una voce che legge ciò che il bambino scrive, permettendogli di ascoltare gli eventuali errori e correggerli in autonomia

L’utilizzo di questo tipo di software ha anche l’effetto di aumentare il senso di autoefficacia e di autonomia dei ragazzi, che si sentono in grado di raggiungere l’obiettivo di svolgere i compiti, senza dipendere necessariamente dall’aiuto dell’adulto .

Esistono diversi software di questo tipo, alcuni gratuiti, il più utilizzato è LeggiXme. Altri sono a pagamento, i più utilizzati sono prodotti dalla Cooperativa Anastasis.

Non solo i ragazzi con DSA possono trarre giovamento dall’utilizzo delle tecnologie, tutti gli studenti possono essere facilitati da questi strumenti. Un esempio è la pratica didattica della flipped classroom (classe capovolta). Tale metodologia prevede l’utilizzo di video didattici online e materiale didattico multimediale che i ragazzi guardano a casa e che poi discutono in classe. Questo permette ai ragazzi di arrivare in classe già con una competenza sull’argomento e agli insegnanti di diventare supervisori di quell’argomento, di chiarire dubbi, di fare sperimentare in classe, quanto imparato dai ragazzi a casa.


La dipendenza dalla pornografia online

La dipendenza da pornografia online è un argomento di recente discussione e seppur facente parte di un più ampio campo relativo alla dipendenza dal sesso, studiato in modo approfondito, merita di essere ancora compreso per la sua modalità.
In alcuni studi emerge che il 90% dei ragazzi tra gli otto e i sedici anni ha visto un video pornografico, il 42,7% degli utenti di internet guarda pornografia online, nove bambini su dieci tra gli otto e i sedici anni sono entrati in contatto con la pornografia online in maniera casuale, l’età media della ricerca di materiale pornografico è undici anni, l’80% dei ragazzi tra i quindici e i diciassette anni visualizza numerose volte pornografia online. La dipendenza da pornografia online è da considerarsi a tutti gli effetti una dipendenza vera e propria con caratteristiche biologiche, psicologiche e sociali. Il dipendente da pornografia, come quello da sostanze, subisce gli effetti dell’assuefazione e di abituazione, ha bisogno di dosi sempre più alte per poter mantenere l’eccitazione nel tempo. Il dipendente da pornografia online si ritira nella pornografia online a discapito di tutto il resto per poter ottenere benessere dall’eccitazione prolungata e così si vede diminuire il desiderio per il sesso vero e proprio, cosa che nel caso di relazioni stabili ha una ricaduta sul rapporto stesso, inoltre si hanno ripercussioni anche a livello sociale e lavorativo. Va preso in considerazione che il dipendente da pornografia online preferisce il mantenimento dell’eccitazione all’eiaculazione, che si trasforma in qualcosa di doloroso, a causa proprio della prolungata eccitazione, e non di apice del piacere. In seguito all’eiaculazione quindi si vive un disagio importante, legato al dolore fisico ma anche ad un forte senso di colpa che porta nel tempo a minare l’autostima dell’individuo. La dipendenza dalla pornografia online produce alcune conseguenze anche nella sfera della capacità dell’individuo di progettare di programmare e di tollerare la distanza tra il desiderio e il suo soddisfacimento. Avendo a disposizione materiale pressoché infinito tramite la rete, si ha la possibilità di ottenere immediatamente numerose immagini o video che possono tenere in stato d’eccitazione costantemente, appena lo si desidera si riesce a saturare subito il bisogno che a lungo andare nel tempo mina proprio la capacità dell’individuo di poter pensare ai propri bisogni e desideri e di poter costruire una capacità di tollerare il deferimento del soddisfacimento, molto importante in una realtà della relazione umana dove l’altro non può sempre essere a disposizione per i nostri bisogni e che ovviamente è portatore anche dei propri bisogni.
Non diamo per scontato che se ne parli abbastanza, ci auguriamo che questo brevissimo e non esaustivo intervento sul tema della dipendenza dalla pornografia online, possa generare dibattito e confronti per poterne parlare, per poter approfondire e comprendere un fenomeno in crescita che interessa tutti noi.


Lettino Vs Webcam. La psicoterapia online è possibile?

L'associazione Adagio si occupa del rapporto tra due temi importanti, la psicologia e la tecnologia, per cercare di capirne le compatibilità e le sinergie.

In questo intervento iniziamo una riflessione sul rapporto tra la psicoterapia e le videochiamate, esponendo il risultato di un mio approfondimento teorico e una mia personale posizione. Se avete dubbi, domande o consigli scrivete nei commenti, sarò lieto di iniziare una conversazione su questo tema.

Ormai sempre più psicoterapeuti utilizzano questi strumenti come parte integrante del lavoro clinico. Purtroppo non esiste ancora una vera e propria letteratura scientifica su questo tema. Personalmente ritengo che questi strumenti possano essere di ausilio all'agire psicoterapeutico.

A chi si può rivolgere: 4 situazioni

Partiamo da un presupposto: così come altri strumenti i colloquio tramite videochiamate non funzionano con tutti. I motivi possono essere i più diversi, in un range che va dalle abitudini personali a precise controindicazioni cliniche. Ho selezionato quattro situazioni nelle quali ritengo utile questo strumento:

1) Periodo all’estero

Ci sono molte persone che per lavoro o studio decidono o di vivere per un periodo di tempo lontano da casa. Quando ciò accade nel mezzo di un percorso psicoterapeutico spesso si è costretti a interrompere i colloqui anche per diversi mesi. Ad esempio una persona che per lavoro viaggia a Roma, New York, Parigi e ha il suo terapeuta a Milano; uno studente che decide di ampliare la sua formazione con un master all’estero o con il progetto Erasmus; chi frequenta una università fuorisede ma preferisce continuare un lavoro terapeutico con lo psicoterapeuta del suo paese. Tramite la possibilità di fare dei colloqui on-line si potrebbe mantenere una delle cose più importanti nel lavoro clinico, la continuità.

2) Disabilità, malattia, reclusione

Ci sono persone impossibilitate a muoversi da casa per vari motivi. Alcuni fisici, come una grave disabilità o una malattia; altri legali, come ad esempio una gli arresti domiciliari. Poter parlare con uno psicoterapeuta tramite video-colloqui può offrire a queste persone un importante supporto in un periodo difficile della loro vita.

3) Aggancio

Ci sono persone il cui problema è proprio quello del non riuscire ad uscire di casa. Ad esempio il caso dell’isolamento sociale volontario, che in Giappone prende l nome di Hikikomori, ragazzi che, sostanzialmente, rimangono chiusi in casa. Spesso queste persone fanno fatica ad accedere ai servizi di salute mentale proprio per questa loro difficoltà e i video-colloqui potrebbero essere un aggancio per provare a risolvere questo problema.

4) Interesse personale

Semplicemente qualcuno potrebbe essere interessato a un tipo diverso di relazione terapeutica, vuole sperimentare questa nuova esperienza. Oppure vive all’estero ma vuole fare un percorso di psicoterapia con un professionista della sua lingua o cultura.

Ci vuole un po’ di coraggio però i dati indicano una sempre maggiore diffusione degli smartphone in Italia e nel mondo [link dati sole 24 ore] e di esperienze all’estero come l’Erasmus, con la conseguente possibilità di conoscere persone di tutto il mondo e di intrattenere delle relazioni con queste persone. Tutto fa pensare che questo tipo di legame farà sempre più parte della nostra cultura: provare ad avvicinarci in qualche modo anche quando siamo distanti.

I limiti

Purtroppo non esiste un manuale sul tema, che è per certi versi pionieristico. Con lo spirito del ricercatore sono andato a scovare e ragionare sui possibili limiti o controindicazioni di questo strumento. Ne ho individuati 4

1) Comunicazione non-verbale

Uno dei limiti di un colloquio tramite uno schermo è quello di perdere alcuni aspetti della relazione non-verbale. La visuale, ad esempio, è limitata a ciò che è inquadrato dalla telecamera, non sempre è possibile vedere la postura. Altri aspetti sono impossibili da cogliere, come il respiro o l’odore.Viene stravolto il classico setting psicoterapeutico.

2) Relazione mediata

Ci sono anche persone che si trovano più a loro agio, davanti a un monitor, a esporsi rispetto ad una esposizione di persona, perché magari, semplicemente, sono fatte in quel modo. Non è per tutti, così come non è per tutti la relazione classica. Indubbiamente una relazione che si dovesse strutturare esclusivamente tramite monitor impone delle riflessioni in più riguardo a ciò che si sta mettendo in gioco di sé stessi e ciò che invece rimane nascosto. Ma questo potrebbe essere un tema da approntare in analisi.

3) Patologie

Ci sono alcune situazioni cliniche gravi che necessitano di una presenza fisica maggiore da parte dei curanti. Ad esempio un disturbo paranoico (caratterizzato da pensieri che le altre persone siano pericolose, che stiano spiando quello che facciamo che sfiorano qualcosa di delirante). In questo caso penso che possa essere in difficoltà una persona che pensa di essere spiata a parlare via web cam con non sai chi dall’altra parte che potrebbe intercettarti. Oppure in situazioni dove c’è rischio che il paziente faccia del male a sé stesso o agli altri. Sta al professionista capire con chi può essere più adeguato questo strumento.

Privacy

Nel video accennavo a problemi di sicurezza e privacy dei software. Nel frattempo ho approfondito il tema e ho potuto costatare che i principali software come Skype, Whattsapp e Facetime sono crittografati o hanno degli eccellenti livelli di sicurezza. L’ordine degli psicologi consiglia di utilizzare lo stesso trattamento per i colloqui tradizionali: consenso informato, trattamento dati sensibili ecc. È importante che il paziente si affidi solo terapeuti iscritti all’ordine e adeguatamente formati e informati riguardo e che consegni loro la documentazione adeguata.

Cosa penserebbero Freud e Jung?

Come già detto non esiste una lettratura scientifica molto approfondita su questo tema. Studi validi sul processo psicoterapeutico richiedono molto tempo (un certro numero di sedute, una valutazione a distanza di tempo per capire la stabilità ecc). Attingendo però alla fantasia e alle competenze cliniche si può comunque dire qualcosa di più approfondito dal punto di vista teorico.

Partiamo da un dato: tra le righe della corrispondenza di Freud  emergono dei tentativi interpretativi e delle riflessioni che possono essere considerati i fossili delle odierne psicoterapie a distanza. Di certo lo strumento della lettera non era adatto a questo scopo, mentre gli strumenti digitali che utilizziamo oggi permettono una relazione molto diversa e certamente più n linea con la possibilità di una relazione psicoterapeutica.

Vorrei citare due grandi autori. Il primo è Bion, uno psicanalista inglese il quale sostiene che l’obiettivo principale della psicoterapia è quello di lavorare sulla consapevolezza di un’esperienza emotiva. Cioè ci sono degli aspetti emotivi che magari noi ignoriamo -per difesa o perché ancora mai emersi- in terapia si cerca di renderli più accessibili, in modo da poterci avere a che fare senza anvere, ad esempio, un attacco di panico.

Un altro autore che mi viene in mente è Jung che dice obiettivo principale della terapia è quella di ridurre la distanza tra conscio e inconscio. Quindi, per fare un esempio, una persona molto intellettuale, improntata sul lavoro e sul business che mette in disparte l’aspetto relazionale ed emotivo questo crea una distanza tra questi due mondi dove poi si concentra il sintomo, il malessere.

In terapia si cerca di avvicinare questi mondi. Questi due autori in qualche modo tracciano delle vie, una direzione verso la quale una relazione terapeutica dovrebbe andare. Forse il mezzo che si sceglie per far questa strada può essere vario. Ritengo che sia possibile, in linea teorica, utilizzare l’online per attraversare questa strada. L’obiettivo rimane uguale, la relazione che cura.

Conclusione

Ritengo che nei prossimi anni questo diventerà uno dei tempi più importanti nel mondo psicoterapeutico e una delle sfide più appassionanti. Consiglio a tutti di approfondire questi aspetti. Il digitale sta rivoluzionando quasi tutti gli ambiti pernsolai e lavorativi: davvero possiamo pensare che la psicoterapia possa esserne immune?

È importante usare i video-colloqui con coscienza critica e etica. Non è uno strumento adatto a tutti, non deve essere una scelta di comodo o di campo. Penso che possa essere uno strumento utile, anche in un’ottica più classica. Oppure, perché no, un modello particolare e nuovo di relazione umana da approfondire e studiare senza pregiudizi.