Infermità mentale, tutela o alibi?

La diretta di oggi è stata ispirata dalle polemiche generate dalla sentenza emessa dalla corte d’Assise di Brescia che ha assolto per infermità mentale un uomo che nel settembre del 2019 uccise la moglie. L’uomo è stato ritenuto incapace di intendere e di volere perché affetto da “Delirio di gelosia”.

La domanda che vorrei porre è la seguente: è possibile che, in alcuni casi, l’indignazione e la rabbia che GIUSTAMENTE vengono suscitate da notizie di cronaca su tematiche alle quali siamo particolarmente legati - e non parlo solo della violenza di genere, ma anche la tutela dei minori, la difesa dei diritti civili ecc - possano offuscare la nostra mente a tal punto da farci dimenticare di un’altra battaglia che è sempre giusto portare avanti, vale a dire la tutela e la cura delle persone con patologie mentali?

A tal proposito vorrei citarvi altri crimini in cui gli autori sono stati considerati incapaci di intendere e di volere, e quindi non perseguibili penalmente.

  1. Il 28enne di Nova Milanese (Monza) che nell'estate del 2017 ha avvelenato con solfato di tallio nove membri della sua famiglia, uccidendone tre.
  2. William Stanley Morrison, noto semplicemente come Billy, colpevole di aver rapito, violentato e rapinato tre studentesse universitarie in Ohio. Il film Split è ispirato a questa storia.
  3. La ragazza 37enne di Cogliate (Monza) che uccise il compagno a martellate perché affetta da delirio. La sua convinzione, rivelatasi poi infondata, era che egli molestasse i suoi figli.

Partiamo con il dire che noi viviamo in uno STATO di DIRITTO: ciò significa che tutti i soggetti, siano essi pubblici o privati, sono tenuti al rispetto delle regole; chi infrange queste leggi deve sì subire una pena, ma essa non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, deve tendere alla rieducazione del condannato e non alla VENDETTA.

Detto ciò, uno dei principi fondamentali, forse il principale, perché si possa, come si dice in gergo, procedere al giudizio, è che la persona che ha compiuto il crimine sia ritenuta capace di INTENDERE (capire le proprie azioni) e di VOLERE (inteso come volontà di raggiungere un determinato fine). (Esempio della sindrome di Tourette base neurologica).

Una critica che si potrebbe fare è che anche quando si è sotto l’effetto di sostanze stupefacenti le due funzioni sono compromesse; in quei casi, tuttavia, si considera principalmente il momento in cui si è assunta la sostanza nel quale, invece, le funzioni erano in piena efficienza e, quindi, ci si rende responsabili degli eventuali effetti che essa potrà causarci.

I casi nei quali nel nostro sistema giuridico è prevista la non imputabilità per la mancanza di questi presupposti sono fondamentalmente due:

  • Minori di 14 anni;
  • Persone con gravi patologie mentali che compromettano tali funzioni;

Una importante specifica che bisogna fare in questo secondo caso è che tra reato e patologia mentale ci debba essere un evidente nesso causale. È utile anche ricordare che non esiste per forza un’immediata correlazione tra malattia mentale e non imputabilità. In effetti, non tutte le persone affette da patologia mentale sono considerate incapaci di intendere e di volere, e quindi sono perfettamente giudicabili e condannabili in caso di reato.

In nessun caso deve passare il messaggio che per gelosia si possa uccidere anche perché, il nostro codice penale (art. 90 c.p.), prevede l’irrilevanza degli stati emotivi tra le scriminanti di un reato. Non è quindi la semplice gelosia che può oscurare le nostre capacità e renderci, di conseguenza, non imputabili, ma solo la patologia grave, i gravi disturbi di personalità, i gravi disturbi dissociativi e i deliri.

In particolare, quando parliamo di deliri ci riferiamo a una irremovibile convinzione non basata su alcun fatto concreto richiamabile dalla realtà e che in nessun modo può essere sottoposta a critica. È possibile quindi affermare che il delirio, proprio per la sua natura, ci allontana dalla realtà compromettendo le nostre capacita di giudizio, portandoci a fare cose di cui perdiamo completamente la consapevolezza e che non avremmo mai voluto provocassero quegli effetti.

Come tutto anche il delirio può essere influenzato dal contesto sociale, ed ecco che ancora di più devono essere portate avanti le lotte per cambiare la nostra cultura ancora troppo impregnata da discriminazioni di genere e patriarcato.

Naturalmente è giusto porsi il problema di come gestire le persone che hanno compiuto gesti atroci e che non possono essere giudicate per i loro atti. In Italia esistono quelle che si chiamano REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), strutture dove le persone vengono curate in modo obbligatorio affinché possano raggiungere uno stato di compenso psichico che le renda non più pericolose per se stesse e per gli altri.

Per concludere e rispondere all’iniziale domanda: sì, la rabbia e l’indignazione possono , per la loro intensità, offuscare la nostra mente e portarci a non vedere le cose in modo completo; ma se le nostre capacita di intendere e di volere sono conservate, non possiamo, nel momento in cui ci rendiamo conto che l’autore di un reato non ha capito e che la sua volontà era alterata, far finta di nulla e comportarci con esso come se fosse un normale criminale, ma consapevolmente dobbiamo scegliere di occuparcene.

È una questione di responsabilità. Dobbiamo infatti, come società e istituzioni, assumerci anche la responsabilità di ciò che è capitato. Le persone affette da patologie mentali devono essere assistite e non lasciate da sole perché, se non lo facciamo, esisterà sempre il rischio che fatti come quelli di cui abbiamo parlato potranno succedere ancora.