Assistente Civico: un pericolo o una risorsa?

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Per aiutare la popolazione a seguire le attuali regole necessarie al contenimento del contagio da Covid-19, il Ministro per gli affari regionali e autonomie ha proposto l’istituzione degli Assistenti civici. Questi, in un primo momento, sono stati presentati come dei volontari che, con il sorriso e con un buon garbo, avrebbero dovuto contenere l’indisciplinatezza dei partecipanti alla tanto famigerata movida. Immediatamente si è scatenata la discussione politica. Lo stesso Ministro dell’interno ha avuto non poche perplessità su chi avrebbe selezionato, formato, controllato i volontari e quali sarebbero stati il loro l’inquadramento giuridico e la loro libertà d’azione. Il problema si è venuto a creare poiché la popolazione sembra aver poco compreso che, probabilmente per un’errata percezione del rischio e per meccanismi sociali di diffusione della responsabilità (se siamo in tanti a commettere un’azione sbagliata, il peso negativo che attribuisco al mio comportamento sarà sicuramente inferiore), se delle regole sono state pensate a vantaggio di tutti, tutti dovrebbero rispettarle. 

Ma una figura non ben selezionata, non adeguatamente formata, non riconosciuta può veramente essere una soluzione o, in essa, sono nascosti dei pericoli forse maggiori? Per riuscire a capirlo è necessario citare l’esperimento di psicologia sociale forse più famoso, reso celebre anche da diversi film, quello della Stanford Prison. 

In questo studio delle persone selezionate in modo del tutto casuale vennero divise in due gruppi (guardie carcerarie e detenuti); a nessuno di loro venne data alcun tipo di informazione -se non a quale gruppo appartenessero- o compito specifico, vennero messi all’interno di una struttura e ne fu osservato il comportamento. A causa dei meccanismi che intervengono nei gruppi sociali come l’identificazione nei valori immaginati, il riconoscimento del singolo come appartenete del gruppo e il perseguimento della missione del gruppo stesso, si generò tra le due fazioni un’escalation di violenza, che costrinse gli sperimentatori a interrompere l’esperimento. 

Non notate nulla di simile tra le figure degli assistenti civici e i partecipanti all’esperimento? Persone selezionate in modo casuale, non formate, alle quali si assegna un ruolo che dà una forte connotazione di gruppo con una specifica missione... Se poi, invece di 24 (numero di partecipanti all’esperimento) ne mettiamo 60.000 il rischio aumenta!

Per concludere, se gli assistenti civici fossero utilizzati non come controllori -benché garbati e con il sorriso- ma per reali ruoli di soccorso, quelli che già in parte assolve la Protezione civile, ben venga il coinvolgimento di più cittadini possibile. Lo Stato non è composto solo dalle istituzioni ma anche da ogni singolo cittadino, che può diventare il veicolo di una responsabilità positiva diffusa (“siamo tutti responsabili del bene comune”) e non, come precedentemente detto, preda dei meccanismi sociali del “se tutti fanno male io ho meno responsabilità”. Forse è meglio lasciar perdere e evitare che persone preda della propria emotività, nel migliore dei casi, o della propria aggressività latente, nel peggiore, causino situazioni a rischio per l’ordine pubblico: certi tipi di servizi devono essere lasciati a chi, come le Forze dell’Ordine, dispone di personale strutturato, formato e preparato proprio per questi compiti.


La nostra vulnerabilità alle Fake News

 

Quanti ci credono in Italia? Fonte: XIV rapporto Censis: I media e il nuovo immaginario collettivo - ottobre 2017

  • il 53% ha dato credito spesso o qualche volta a fake news sul Web.
  • Il 78% pensa che le Fake News siano pericolose.
  • Il 35% si informa su Facebook, ad oggi al secondo posto fra i canali informativi dopo la tv.

Fonte sondaggio 2017 E-health: tra bufale e verità, le due facce della salute in rete.

L'88% cerca informazioni riguardanti la salute sul Web. 50% tra questi si ferma al primo sito suggerito da Google che non è sempre il più affidabile. 44% ritiene che rivolgersi a Internet per domande inerenti la salute sia poco o per nulla rischioso.

Le Fake News esistono da che mondo è mondo, non sono nate con Internet, le abbiamo sempre chiamate “Bufale”. Ma il web le diffonde ad una velocità mai vista prima. Perché in così tanti ci credono? La risposta potrebbe essere un po' a sorpresa relativa ai giochi dell'infanzia del “facciamo finta che io sono”.

Durante l'ultimo congresso della A.P.A. (American Psycological Association) si è discussa un’ipotesi secondo la quale il gioco di finzione dell’infanzia del “far finta di..” potrebbe avere quest'effetto collaterale inatteso ed essere alla base della tendenza del credere alle bufale. Secondo tutti gli esperti, il meccanismo che ci porta ad accettare come reale notizie poco credibili è il cosidetto “pregiudizio di conferma”.

Un fenomeno che porta prendere per oro colato tutto quello che va d'accordo con quel che già sappiamo: dal punto di vista cognitivo ed emotivo è infatti meno faticoso accettare informazioni che avvallano le nostre credenze, giusto sbagliate che siano, e dimenticare quelle contrarie per capire dove si fabbricano i falsi miti che non abbandoniamo. Quindi bisogna risalire indietro fino all’infanzia, secondo uno studio americano sulla psicologia dello sviluppo infatti molti pregiudizi e false credenze si formano da piccoli quando impariamo a distinguere tra realtà e fantasia e i genitori giustamente favoriscono il gioco di finzione. Inscenare situazioni reali o meno, aiuta i bambini a recepire, assimilare e far proprie le norme sociali di riferimento e in più facilità lo sviluppo dell’empatia.

C'è però il rovescio della medaglia: i bambini così diventano abili a far finta, e imparano anche l'autoinganno e a illudere un po' se stessi, soprattutto imparano che in alcuni casi si può fingere che ciò che è falso sia vero e viceversa. Nell'adolescenza poi è naturale che si sviluppi il senso critico e si metta in discussione ciò che è proposto dagli adulti, siano essi insegnanti genitori: alcuni ragazzi però non riesco ad andare contro le credenze familiare perché non tollerano i conflitti che si creerebbero. Così se in casa mamma e papà danno credito ha qualche leggenda metropolitana ecco che il figlio può seguire la scia e fidarsi di idee bislacche. Credere alle bufale insomma in qualche modo è ereditario.

Questa è una modalità di pensiero che sviluppiamo da giovanissimi per ridurre l'ansia che deriva dalle incertezze del mondo, ci nascondiamo dietro certezze anche infondate pur di non doverci confrontare con la complessità, così si arriva all'età adulta senza aver mai messo in dubbio false convinzioni maturate da piccoli, senza aver esercitato lo spirito critico. Le credenze così accettate andranno a influenzare il pensiero successivo, faranno da cornice a credenze future. Oggi con il Web, ci arrivano innumerevoli messaggi, spesso contraddittori, da un'enorme varietà di canali di informazioni. Per molti è più facile accettare una falsificazione semplice rispetto alla realtà di solito più complicata. Anche perché, aspetto fondamentale e centrale di tutta la questione, poi entrano in gioco le emozioni.

Come ha spiegato il Nobel per l'economia dello scorso anno Richard Thaler, secondo cui l'uomo si beve le frottole perché è guidato dalle emozioni ancor più che dal cervello “non siamo macchine pensanti che si emozionano ma esseri emotivi che pensano”. Così se una notizia falsa parla alla pancia si può star sicuri che troverà abbondante credito al punto da farci decidere deliberatamente di non dare ascolto ai fatti comprovati dalla scienza. Lo ha dimostrato uno studio pubblicato di recente Ernest O’boyle dell'Università dell’indiana secondo cui tanti si rifiutano di credere alle prove che la ricerca mette loro sotto il naso a causa della sempre minore credibilità che hanno gli scienziati agli occhi dell'opinione pubblica. In un mondo in cui la competenza è guardata quasi con sospetto I meccanismi rigorosi della ricerca scientifica alla maggioranza appaiono strani e complicati, utili solo far perdere tempo.

La soluzione, suggeriscono gli esperti, può essere allora usare canali dove vengono propinate spesso false notizie per divulgare informazioni scientifiche comprovate, può essere un metodo per avvicinare la complessità della realtà all'opinione pubblica invece che restare confinati nelle riviste scientifiche e nelle accademie.

 


Elogio dell’imperfezione

 

Penso sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non diventare uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari[…]a tutti i nevrotici del successo[…]a questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.

Rosaria Gasparro

Qual è il vostro modello di persona di successo?

La nostra è una società in cui si promuovono modelli di successo immediato e misurabile attraverso parametri come  i voti, i soldi  o la fama guadagnata. Ciò che davvero sembra contare sono i risultati e non il processo attraversato durante il percorso.

Vorrei raccontare due storie che mi hanno fatto pensare molto su cosa consideriamo successo e cosa fallimento e perché lo facciamo:

Sixto Rodriguez, simbolo inconsapevole

La prima è la storia di Sixto Rodriguez, un operaio nell'industria automobilistica di Detroit, con la passione per la musica e per la scrittura, che nel 1967 viene scoperto in un locale periferico di Detroit da due produttori di una casa discografica americana. Sixto è un cantautore, che scrive testi politicamente impegnati e che si batte per i diritti dei lavoratori. Pubblica due album, entrambi vendono pochissime copie negli Stati Uniti, la carriera artistica di Sixto sembra fallire. Il contratto con la casa discografica viene rescisso mentre sta per registrare il suo terzo album, che perciò non viene mai pubblicato. In difficoltà economiche, Rodriguez comincia a lavorare come operaio in cantieri edili e per ditte di demolizione. Nel 1970 acquista a un'asta giudiziaria, per 50 dollari, una casa in stato di abbandono nel sobborgo di Woodbridge. Fino a qui è una storia come tante, ma ciò che avviene dopo è davvero sorprendente.

A sua insaputa, infatti, i suoi dischi arrivano in Sud Africa ed è lì che hanno un successo impensabile. Le sue canzoni diventano in breve simbolo della lotta contro l'apartheid, grazie ai loro testi contro l'establishment, l'oppressione e il pregiudizio sociale. Nel 1981 guadagna un disco di platino e la sua popolarità è superiore a quella di Elvis Presley, dei Beatles e dei Rolling Stones. Di questa eccezionale popolarità, però, Rodriguez è completamente ignaro. Solo nel 1997 diventerà consapevole della sua fama e verrà invitato ad esibirsi davanti a migliaia di persone.

Alejandro Jodorowsky, il visionario

La seconda storia riguarda Alejandro Jodorowsky  il regista, attore e scrittore cileno, che nella metà degli anni settanta accarezza l'idea di realizzare un'opera colossale e visionaria che, utilizzando l'ispirazione prodotta dal ciclo di romanzi di Frank Herbert iniziato con Dune, attraverso il registro della fantascienza e del fantasy, metta in scena le idee e l'estetica della cultura psichedelica della fine degli anni sessanta, al fine di risvegliare le coscienze degli spettatori. Non esisteva ancora un immaginario cinematografico fantascientifico che fornisse un modello al regista. Il progetto del regista è molto ambizioso, basti pensare al cast che prevedeva come attori personaggi come Orson WellesMick Jagger e Salvador Dalí e una colonna sonora dei Pink Floyd. Jodorwsky e i suoi collaboratori scrivono e disegnano scena per scena tutto il film, realizzandouna storyboard completa del film. Una volta realizzata, la propongono ai produttori di Hollywood, che però rifiutano il progetto. La pellicola pertanto non verrà mai realizzata dal regista cileno.

Tuttavia il progetto del film, si rivela in grado di suggestionare l'immaginario hollywoodiano dell'epoca e di anticipare se non addirittura influenzarela space opera per eccellenza: Guerre stellari.

In effetti molti degli artisti reclutati nella fase preparatoria del Dune di Jodorowsky saccheggeranno o ricicleranno dal progetto di Jodorowsky numerose idee per la realizzazione di film di grande successo commerciale, ad esempio Alien.

Queste sono storie di successo o di colossale fallimento?

I protagonisti di queste storie sono due antieroi, che hanno percorso strade difficili e non hanno ricevuto successi e ricompense in soldi o fama immediata eppure hanno tentato e dal loro apparente fallimento è nato qualcosa che forse aveva un bisogno di un processo lento, ma che è stato in grado di influire in maniera significativa sulle persone e sul futuro. Hanno tenuto salda la loro direzione, il loro intento senza perseguire solo il risultato immediato

Pensiamo a genitori o agli insegnanti. Spesso in questi difficili ruoli ci si trova ad affrontare la percezione di fallire nell’immediato, magari perché i nostri figli o i nostri studenti sembrano non rispettarci o ci contestano o non rispondono come ci aspettiamo. Tuttavia, se abbiamo chiara la direzione che vogliamo tenere nella nostra relazione con loro, capita spesso di accorgerci che i frutti del nostro impegno hanno bisogno di tempo, ma arrivano puntuali, a ricordarci che spesso è necessario avere una visione d’insieme, che prenda in considerazione il processo e non solo i singoli risultati. I piccoli fallimenti quotidiani possono aiutarci a capire quale mezzo possiamo utilizzare per proseguire il viaggio verso direzione che ci siamo dati, ma non devono scoraggiarci e farci desistere dal proseguire il cammino.

La stessa cosa avviene nei processi di apprendimento dei ragazzi. L’apprendimento, infatti, è un’avventura che deve lasciare spazio a desiderio e curiosità eppure spesso ciò che insegniamo sopra ogni cosa è la paura di sbagliare, di prendere un brutto voto. Vedo spesso genitori che fanno i compiti con i figli e che li correggono prima che arrivino a scuola o che si sostituiscono per evitare che il figlio sbagli. In questo modo il messaggio che si manda ai ragazzi è che l’errore non è ammesso, non è riparabile. Non permettiamo ai nostri figli di poter imparare da quell’errore di scoprire delle cose di sé e del mondo, diamo l’immagine di una vita come una partita in cui si può solo o vincere o perdere, in cui il percorso non conta e ciò che conta è solo il risultato.

Eppure imparare a perdere è necessario per il benessere perché ogni giorno perdiamo qualcosa, in ogni relazione perdiamo qualcosa. L’errore è formativo, creativo  libera dall’ossessione del successo e dalla sindrome del migliore che produce ansie e demotivazioni.


Argentovivo e l'importanza di una diagnosi fatta bene

Dottore
Io così agitato, così sbagliato
Con così poca attenzione
Ma mi avete curato
E adesso
Mi resta solo il rancore

 

Il brano di Daniele Silvestri e Rancore, presentato alla 69a edizione del Festival di Saremo, racconta una storia di adolescenza difficile, unendo due artisti che sono in contatto con questa generazione, seppur in modo diverso: Slivestri come padre, Rancore come figlio, più vicino al sentimento di questi ragazzi.

La canzone ha però suscitato alcune critiche, soprattutto tra i genitori di bambini e ragazzi con ADHD perché, a parer loro, colpevolizzava eccessivamente i genitori e sottovalutava l'impatto di una condizione neuropsichiatrica come, appunto, quella dell'ADHD che spesso viene sottovalutata e incompresa, soprattutto da un punto di vista sociale.

Partendo dal presupposto che gli autori sono artisti, e non psicologi, provo a trarre spunto da questa canzone per fare una riflessione sul tema della diagnosi.

Che cos'è l'ADHD

L'ADHD è un acronimo inglese che in italiano sta per Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. È un disturbo del neurosviluppo che comporta una cattiva autoregolazione del comportamento da parte del bambino. l'ADHD è una condizione, non una malattia: vuol dire che è un funzionamento particolare del cervello e non un problema legato a un trauma o a una cattiva educazione. Per maggiori informazioni vi linko il sito di una associazione che si occupa specificamente di questo problema.

Cos'è la diagnosi

La diagnosi è un processo di conoscenza. È uno strumento che il clinico (psicologo, psicoterapeuta, pediatra, medico ecc) utilizza per comprendere meglio il funzionamento di una persona. Freud diceva che "la diagnosi può essere fatta solo a fine trattamento", una considerazione che sembra paradossale ma che è in realtà uan grande verità.

Spesso, infatti, la diagnosi viene usata come un oracolo: per capire cosa non funziona ci si affida a qualcuno che ci da una definizione. Se però questo processo è superficiale o frettoloso, il rischio è identificarsi con la diagnosi, trasformandola in un destino. Se invece la diagnosi è fatta bene, permette di escludere (e risolvere) tutta una serie di aspetti di contorno, e quindi di conoscere il reale funzionamento della persona. Questo ha un impatto importantissimo sia sul trattamento, che sulla possibile guarigione.

Se la diagnosi viene usata come un oracolo, se la diagnosi non viene comunicata o spiegata nel modo corretto il rischio è la gabbia, la sensazione di essere inscatolati, messi in carcere. Come Argentovivo, che di fronte alla medicina diventa Mercurio Liquido e si alza il muro dell'incomunicabilità e del rancore.

Il dialogo diagnostico

Se non c'è comunicazione tra clinico e persona si crea solo incomprensione e chiusura. Nell'Antropologia Medica si parla di dialogo tra Illness, Sickness e Disease. Illness è la malattia percepita dal soggetto: paura, disagio, malessere, angoscia. Sickness è il peso o ruolo sociale della malattia: cosa vuol dire essere, ad esempio, un bambino con ADHD in questa società? Disease è la malattia secondo la nomenclatura della medicina ufficiale, della scienza. Per una guarigione è fondamentale aprire un dialogo tra questi diversi aspetti della malattia. Senza la medicina non è possibile comprendere in modo scientifico una malattia, e quindi trattarla secondo le cure migliori; se però la medicalizzazione è eccessiva si rischia di chiudere in una etichetta l'esperienza unica di una persona. Non si può infine sottovalutare l'impatto sociale della malattia, che in contesti diversi può essere diverso.

Sono un genitore in difficoltà, cosa devo fare?

Ecco quattro punti fondamentali da considerare:

  1. Affidarsi sempre a specialisti e professionisti riconosciuti.
  2. Dubitare di diagnosi frettolose o generiche;
  3. Non cercare di sostituire l'educazione con la psichiatria;
  4. Non sottovalutare il proprio vissuto emotivo di genitore e le proprie  difficoltà di crescere bambini con difficoltà.

Speciale Elezioni 2018

Oggi proveremo leggere il risultato di queste elezioni con la lente della cosiddetta “psicologia delle masse” cercando anche di capire se e in che modo i social network abbiano avuto un ruolo.

Partiamo dai dati (camera e senato hanno percentuali simili):

Centrosinistra circa 23%
Movimento 5 Stelle circa 32%
Centrodestra circa 37% (Lega 17%)
Liberi e uguali 3%.

Aldilà degli aspetti politici di coalizione e formazione del governo con tutte le difficoltà annesse, sembra evidente che si possono evidenziare due exploit: la Lega e il M5S. Forse non è un caso che questi due partiti siano stati tra quelli che più hanno sfruttato i social network, per coinvolgere le persone e screditare gli avversari (es. fake news).

Quanto hanno influito i social network?

Per rispondere ho trovato una ricerca pubblicata questo febbraio della International Society of Political Psychology, una organizzazione no profit coinvolta nell'esplorazione delle relazioni tra i processi psicologici e fenomeni politici. In questa ricerca intitolata (inglese): “Come i social media facilitano la protesta politica” hanno preso in considerazione un enorme numero di dati relativi a recenti movimenti di protesta, come Occupy Wall Street in USA, Indignados in Spagna, Turchia e Ukraina. Hanno evidenziato che i social hanno avuto un’influenza in tre aspetti:

1) Nella facilità di accesso e condivisione di informazioni pratiche, organizzative;

2) Nello scambio di emozioni e motivazioni a favore e contro le proteste;

3) Nella rilevanza che hano avuto certe informazioni e di conseguenza nel successo o fallimento di alcuni sforzi organizzativi.

Il terzo punto è il più complesso. Vuol dire è che la scelta soggettiva del social utilizzato per informarsi, influenza la rilevanza che viene attribuita alle informazioni di cui fruisco.

Facebook ad esempio si basa sulle amicizie, per cui i contenuti che mi compaiono di più in bacheca sono quelli condivisi dai miei amici e da persone che probabilmente la pensano come me o hanno valori simili ai miei.

Twitter, privilegia contenuti di persone che come me seguono certi temi o certe pagine o certi personaggi. Questo in qualche modo “ritaglia” le informazioni che mi arrivano e, nonostante io abbia la sensazione di essere più informato, in realtà rischio di continuare a vedere cose che confermano le mie idee.

Inoltre, l’utente tende ad attribuire più valore ai contenuti condivisi dagli amici rispetto a quelli pubblicati da fonti autorevoli. La struttura dei social da spesso più rilevanza alle notizie con molte interazioni. Se queste interazioni sono fatte da persone con cui l’utente ha un legame (di amicizia o di idee) ho la percezione che quella informazione abbia più valore, indipendentemente da chi l’ha pubblicata.

La psicologia di massa

I social hanno un ruolo importante nell’amplificare, nel bene o nel male, alcuni processi psicologici di massa. Ma quali sono questi processi psicologici?

Noi viviamo in una società di massa. La società di massa si è affermata progressivamente dalla seconda rivoluzione industriale (metà ‘800) fino ai giorni nostri. In due parole la nostra è una società in cui i singoli individui tendono a scomparire rispetto al gruppo o massa.

Di questi aspetti ne hanno parlato molti sociologi e psicologi. In particolare stasera io mi baserò su Freud che nel 1921 scrive il saggio “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” che è un testo molto attuale e su altri autori come Jung, Canetti e Ortega y Gassett.

Provando sintetizzare, la psicologia delle masse è caratterizzata da tre aspetti:

Un pensiero strutturato come “know-how”

Dalla fine dell’800 ad oggi si è sempre più affermato un pensiero fatto di procedure, razionalizzazioni, organizzazione, cose concrete, materiali. Pensiamo all’importanza che ha assunto il pensiero scientifico nella nostra cultura, o più semplicemente ai “5 facili modi per risolvere questo problema”. È un pensiero sempre più simile alla burocrazia (che però è un meccanismo che appartiene agli apparati statali non alle persone). Oggi anche il nostro pensiero è burocratizzato, standardizzato.

Carenza di risorse individuali

Nella nostra società c’è una relazione compromessa con i nostri istinti. Prendiamo ad esempio il mangiare. È un istinto assolutamente soddisfatto dalla nostra società. Ormai mangiamo quasi sempre per abitudine, per status sociale, per hobby, per astinenza. Siamo iper-nutriti e per fortuna non soffriamo più la fame. Eppure siamo anche la società con i maggiori disturbi alimentari. Il rapporto con i nostri istinti è compromesso. C’è negazione collettiva della morte. Siamo sempre più protetti, nutriti, curati, assicurati. Vuol dire più benessere ma meno risorse per affrontare le difficoltà. Meno risorse = bisogno di protezione = più paura = difesa dalle emozioni negative = panico (tipico delle masse) . Un circolo vizioso.

Identificazione e narcisismo

Le relazioni tra le persone sono sempre più legate a questi aspetti. Un esempio chiaro è il rapporto con l’autorità. Oggi è impensabile che un capo (un politico, un insegnante, un genitore) si presenti come una autorità che dice cosa fare, qualcuno di superiore e perfetto. No, il leader nella società di massa è qualcuno come me o che corrisponde a un mio ideale, nel quale mi posso identificare. Non è autoritario ma “magico”, mi propone una soluzione “magica” a tutti i miei problemi (Salvini, Trump, Renzi, Hitler). Un capo del genere crea delle relazioni molto superficiali e legate a fantasie di onnipotenza (tipico del narcisismo): noi insieme potremo fare questo e quell’altro. Yes we can! Il rovescio della medaglia è che così come ti ho “amato” un minuto dopo, se mi deludi ti demolisco (Renzi).

Gli individui nella società di massa, quindi noi, NOI siamo fanciulli aggrappati a un mondo di protezione in cui non dobbiamo metterci troppo in gioco. Una enorme mamma che ci nutre e ci protegge da ogni paura. Sviluppiamo poche risorse, ci sentiamo costantemente abbandonati da un mondo che non vede la nostra soggettività, i nostri problemi, il fatto che siamo speciali.

Conclusione

Credo che Lega e 5 Stelle sono stati i migliori a sfruttare i social network per amplificare questi aspetti psicologici delle masse:

1) I social facilitano la condivisione di informazioni pratiche, e loro hanno offerto soluzioni concrete, il know-how;

2) I social facilitano la condivisione di emozioni e motivazioni a favore e contro le proteste e loro hanno lavorato sul nostro bisogno di protezione, sulla nostra rabbia per non essere visti da mamma-e-papà-Stato, tramutandoli in motivazioni per votarli;

3) I social danno rilevanza ai contenuti simili a te e con i quali ti puoi identificare e loro sono stati bravi a sfruttarli per presentarsi come leader “magici”, come noi ma che insieme a noi avrebbero finalmente potuto risolvere il problema.


Proiezione e proiettili

Nel pomeriggio del 14 febbraio 2018, pochi giorni fa, a Parkland, in Florida (Stati Uniti) nella Marjory Stoneman Douglas High School un ragazzo di 19 anni, Nikolas Cruz ha ucciso 17 persone prima di essere arrestato dalla polizia. È la sparatoria più grave di sempre in un scuola superiore statunitense e l’ultima di una lunga serie di assalti con armi negli istituiti scolastici che va avanti ormai da un paio di decenni.

Il presidente Trump ha reagito immediatamente con un tweet di vicinanza alle vittime. Poi il 15 febbraio, in una conferenza stampa, si è concentrato sul fatto che Cruz avesse “problemi mentali”, e che si debba intervenire su questo. Trump non ha però affrontato il tema, dibattuto da decenni, della proliferazione delle armi negli Stati Uniti e della relativa facilità con cui è possibile acquistarne una anche tra i giovanissimi.

Il 16 febbraio Jessica Henderson Daniel la presidente dell’APA (American Psychological Association) la più grande organizzazione scientifica e professionale che rappresenta la psicologia in USA, ha dichiarato (traduzione mia):

Mentre le forze dell’ordine stanno ancora mettendo insieme le motivazioni che hanno spinto il tiratore della sparatoria, alcune figure pubbliche e le fonti di notizie si stanno focalizzando sulla sua salute mentale. È importante ricordare che solo una piccola percentuale di atti violenti è commessa da persone diagnosticate o trattate per malattie mentali. Inquadrare la conversazione sulla violenza da armi da fuoco nel contesto della malattia mentale fa un disservizio alle vittime di violenza e stigmatizza ingiustamente le molte persone che soffrono davvero di malattie mentali.

Il New Yorker ha ripubblicato sul suo sito un articolo del 19/10/2015 scritto da Malcolm Gladwell. L’autore analizza le stragi scolastiche più celebri fino a quella data. Non riesce a trovare un vero filo conduttore se non una certa ritualizzazione dopo la strage di Columbine. Conclude dicendo:

Il problema non è che esiste un rifornimento infinito di giovani profondamente disturbati capaci di commettere atti orribili. È peggio. Il fatto è che i giovani uomini non hanno più bisogno di essere disturbati per contemplare la possibilità di commettere atti orribili.

Proiezione

Ecco, la mia idea è che dietro questi “atti orribili” ci sia un processo psicologico comune e importantissimo che in qualche modo va in tilt. Questo processo si chiama proiezione.

La proiezione è un giudizio sbagliato che successivamente viene corretto. C’è una differenza però tra la proiezione e un errore di valutazione. Quest’ultimo può essere facilmente corretto avendo maggiori informazioni o una migliore conoscenza dei fatti. La proiezione è invece accompagnata da una certa carica emotiva. La persona che emette il giudizio si difende strenuamente dalla correzione e, se la accetta, si sente delusa o sminuita.

Questo accade perché il contenuto della proiezione è in realtà un qualcosa di soggettivo che viene attribuito a qualcun altro. In sostanza io vedo nell’altro qualcosa che non c’è o c’è solo in minima parte. Questo è importante: la proiezione, il giudizio erroneo non investe casualmente ma di solito l’oggetto della proiezione offre un gancio, sul quale io posso appendere un mio cappotto e vestire l’altro con un abito che è in realtà mio. Tutta questa dinamica è in larga parte inconsapevole: di solito, se va bene, me ne accorgo solo successivamente.

Che cosa viene proiettato

Di solito è un aspetto negato della nostra personalità, il negativo della nostra personalità, la nostra ombra. Una persona sottomessa avrà un’ombra autoritaria e tenderà a proiettarla sugli altri vedendoli come autoritari e quindi continuare a sottomettersi. La proiezione può essere positiva, quindi vedo nell’altro qualcosa di più grande di come è, lo idealizzo, lo innalzo e gli do potere; oppure negativa vedendo l’altro inferiore, minaccioso, da distruggere o controllare.

In questo caso la sensazione è quella di ricevere un proiettile, fa male. Ci sono molti miti , fiabe e racconti dove si riprende questo tema del mandante di un proiettile a un ricevente. Di solito che manda è una divinità, che spara una freccia o un dardo a qualcuno che rivece e viene ferito, si ammala, viene trasformato. Pensate a cupido, o Zeus o a credenze popolari come il malocchio.

Se riesco ad avere un buon rapporto con la mia ombra questo processo è estremamente ricco. Pian piano riesco a integrare parti di me che inizialmente non mi piacciono e la mia personalità assume spessore, tridimensioalità.

Se invece il rapporto è cattivo si crea una grande distanza, la parte negata si carica sempre più di emozione e viene continuamente proiettata sugli altri. La mia personalità diventa bisimensionale e si può arrivare a una rottura totale e a una alienazione della persona.

Un risvolto pratico

Allora, partiamo appunto da qualcosa di molto pratico. Riflettere sulle nostre dinamiche proiettive – cioè riflettere maggiormente quando c’è qualcosa che ci irrita profondamente negli altri o in una categoria di persone, o mettere in discussione i nostri giudizi quando si rivelano sbagliati ma sentiamo una carica emotiva – è fondamentale, come dicevo prima per arricchire la nostra personalità. Ci fa capire qualcosa di più su noi stessi.

Anche chi riceve la proiezione deve provare a fare una riflessione profonda per capire se quanto veniva su di lui proiettato era completamente falso o c’è un gancio che, inconsapevolmente, ha offerto all’altra persona. Come si dice, le critiche ci aiutano a crescere. In entrambi i casi si deve sviluppare una forte dose di umiltà.

Conclusione

Ritornando al fatto di cronaca, alla luce di quello che abbiamo accennato, secondo me si possono fare due riflessioni:

  • La prima riguarda il ragazzo che ha sparato. Ritengo che da un punto di vista psichico -poi ci sono considerazioni sociali, familiari ecc- ci sia stata proprio quella spaccatura di cui parlavo prima tale da portarlo a confondere la propria realtà emotiva e quella esterna. È come se se si fosse tutto concretizzato: lui è diventato un essere potente, un demone un dio che può lanciare le sue frecce e i suoi poteri, e le sue proiezioni sono diventait proiettili di piombo.
  • La seconda riguarda la società americana. Se vale la regola del gancio allora anche chi ha ricevuto i proiettili ha in qualche modo una responsabilità. Chiaramente i ragazzi morti o feriti non hanno alcuna colpa, singolarmente. Ma forse l’attacco è a una istituzione a una società che farebbe bene a riflettere su qualche possa essere il gancio che spinge a tanta violenza nei suoi confronti.