La nostra vulnerabilità alle Fake News

 

Quanti ci credono in Italia? Fonte: XIV rapporto Censis: I media e il nuovo immaginario collettivo - ottobre 2017

  • il 53% ha dato credito spesso o qualche volta a fake news sul Web.
  • Il 78% pensa che le Fake News siano pericolose.
  • Il 35% si informa su Facebook, ad oggi al secondo posto fra i canali informativi dopo la tv.

Fonte sondaggio 2017 E-health: tra bufale e verità, le due facce della salute in rete.

L'88% cerca informazioni riguardanti la salute sul Web. 50% tra questi si ferma al primo sito suggerito da Google che non è sempre il più affidabile. 44% ritiene che rivolgersi a Internet per domande inerenti la salute sia poco o per nulla rischioso.

Le Fake News esistono da che mondo è mondo, non sono nate con Internet, le abbiamo sempre chiamate “Bufale”. Ma il web le diffonde ad una velocità mai vista prima. Perché in così tanti ci credono? La risposta potrebbe essere un po' a sorpresa relativa ai giochi dell'infanzia del “facciamo finta che io sono”.

Durante l'ultimo congresso della A.P.A. (American Psycological Association) si è discussa un’ipotesi secondo la quale il gioco di finzione dell’infanzia del “far finta di..” potrebbe avere quest'effetto collaterale inatteso ed essere alla base della tendenza del credere alle bufale. Secondo tutti gli esperti, il meccanismo che ci porta ad accettare come reale notizie poco credibili è il cosidetto “pregiudizio di conferma”.

Un fenomeno che porta prendere per oro colato tutto quello che va d'accordo con quel che già sappiamo: dal punto di vista cognitivo ed emotivo è infatti meno faticoso accettare informazioni che avvallano le nostre credenze, giusto sbagliate che siano, e dimenticare quelle contrarie per capire dove si fabbricano i falsi miti che non abbandoniamo. Quindi bisogna risalire indietro fino all’infanzia, secondo uno studio americano sulla psicologia dello sviluppo infatti molti pregiudizi e false credenze si formano da piccoli quando impariamo a distinguere tra realtà e fantasia e i genitori giustamente favoriscono il gioco di finzione. Inscenare situazioni reali o meno, aiuta i bambini a recepire, assimilare e far proprie le norme sociali di riferimento e in più facilità lo sviluppo dell’empatia.

C'è però il rovescio della medaglia: i bambini così diventano abili a far finta, e imparano anche l'autoinganno e a illudere un po' se stessi, soprattutto imparano che in alcuni casi si può fingere che ciò che è falso sia vero e viceversa. Nell'adolescenza poi è naturale che si sviluppi il senso critico e si metta in discussione ciò che è proposto dagli adulti, siano essi insegnanti genitori: alcuni ragazzi però non riesco ad andare contro le credenze familiare perché non tollerano i conflitti che si creerebbero. Così se in casa mamma e papà danno credito ha qualche leggenda metropolitana ecco che il figlio può seguire la scia e fidarsi di idee bislacche. Credere alle bufale insomma in qualche modo è ereditario.

Questa è una modalità di pensiero che sviluppiamo da giovanissimi per ridurre l'ansia che deriva dalle incertezze del mondo, ci nascondiamo dietro certezze anche infondate pur di non doverci confrontare con la complessità, così si arriva all'età adulta senza aver mai messo in dubbio false convinzioni maturate da piccoli, senza aver esercitato lo spirito critico. Le credenze così accettate andranno a influenzare il pensiero successivo, faranno da cornice a credenze future. Oggi con il Web, ci arrivano innumerevoli messaggi, spesso contraddittori, da un'enorme varietà di canali di informazioni. Per molti è più facile accettare una falsificazione semplice rispetto alla realtà di solito più complicata. Anche perché, aspetto fondamentale e centrale di tutta la questione, poi entrano in gioco le emozioni.

Come ha spiegato il Nobel per l'economia dello scorso anno Richard Thaler, secondo cui l'uomo si beve le frottole perché è guidato dalle emozioni ancor più che dal cervello “non siamo macchine pensanti che si emozionano ma esseri emotivi che pensano”. Così se una notizia falsa parla alla pancia si può star sicuri che troverà abbondante credito al punto da farci decidere deliberatamente di non dare ascolto ai fatti comprovati dalla scienza. Lo ha dimostrato uno studio pubblicato di recente Ernest O’boyle dell'Università dell’indiana secondo cui tanti si rifiutano di credere alle prove che la ricerca mette loro sotto il naso a causa della sempre minore credibilità che hanno gli scienziati agli occhi dell'opinione pubblica. In un mondo in cui la competenza è guardata quasi con sospetto I meccanismi rigorosi della ricerca scientifica alla maggioranza appaiono strani e complicati, utili solo far perdere tempo.

La soluzione, suggeriscono gli esperti, può essere allora usare canali dove vengono propinate spesso false notizie per divulgare informazioni scientifiche comprovate, può essere un metodo per avvicinare la complessità della realtà all'opinione pubblica invece che restare confinati nelle riviste scientifiche e nelle accademie.

 


Siti pornografici: istruzioni per l'uso

La sessualità è un rischio dove l'individuo gioca la sua identità e la società il suo ordine.

Umberto Galimberti

 

Nella mia esperienza professionale e nella mia osservazione più informale all'interno della cerchia di
amici e conoscenti ho rilevato la presenza di un forte tabù circa la sessualità. Ma questo non è certo un
segreto, soprattutto quando parliamo dell'Italia. Il messaggio implicito è quello “non è bene parlare di
sessualità”. Ma la sessualità fa parte della sfera individuale e sociale e allora si ha la curiosità di conoscere, di capire,
di provare.

I siti pornografici

Proprio per questo, a fronte di un forte tabù, mi stupisco di quanto, in realtà sia molto debole. Basta
aprire un spiraglio sull'argomento per trovarsi immersi di domande, curiosità e grande voglia di
conoscenza. Ma se non si trova questo spiraglio ognuno fa come può e i siti pornografici sono certamente
uno strumento di facile accesso. Se cerchiamo una risposta alla nostra poca conoscenza in fatto di sessualità certo non troveremo risposte che corrispondono a vero.

La conoscenza implicita che veicola tramite questi siti è fortemente fallata. La sessualità è solo
performance: una “buona performance fisica porta a grende piacere”.

Diciamo che non è proprio così. Cosa si intende per buona performance fisica? Cosa significa provare
grande piacere? Quando si prova grande piacere? Cosa si prova quando si ha un orgasmo? Come si può
arrivare a provare un orgasmo? Sono queste le domande che la gente si fa e a cui cerca risposa.

Le risposte che si possono trovare

Risposte che troverà ma che saranno assolutamente errate, aumentando così, a volte, il senso di
inadeguatezza e la confusione circa gli argomenti. Nei video pornografici manca la sfera erotica
dell'esperienza sessuale, completamente ignorata, manca emozione, manca sentimento di qualsiasi tipo
esso sia. Manca la relazione che si instaura tra i soggetti e che permette il crescere del desiderio ,
dell'eccitazione e del godimento. Tutto avviene magicamente solo con una scarica fisica istintuale.
Nella realtà dei fatti l'eccitazione è si un fatto biologico che però, raramente, scatta senza stimoli o
desideri. L'eccitazione accresce quando alimentata da una forte componente mentale, chimica, di
vicinanza corporea. La sessualità in sostanza è altro da quello che questi siti fanno vedere, la sessualità è
un insieme di componenti: da un lato gli atti finalizzati alla riproduzione e alla ricerca del piacere;
dall'altro anche gli aspetti sociali che si sono evoluti in relazione alle caratteristiche diverse dei generi
maschile e femminile.

La pornografia è quindi qualcosa di negativo?

Ma non vorrei demonizzare l'uso di questi siti. Penso che possiamo trovare degli aspetti positivi.
In particolare due :

L'autoerotismo e quindi l'opportunità di esplorare e fare conoscenza del nostro corpo.

Ognuno è unico, fatto a proprio modo e solo facendo esperienza può arrivare a conoscersi. Ci si tocca,
qualcosa ci piace, qualcosa no. Qualcosa produce in noi sensazioni positive, qualcosa ci rende
indifferenti, il nostro corpo risponde. E' questa la normalità. Saperlo ci porta un grande vantaggio.
Nell'incontro con l'altro siamo presenti, consapevoli, capaci di relazionarci in uno scambio che può
portare ad un piacere reale senza sentirci succubi, insicuri, in balia.

Incentivare le nostre fantasie sessuali

Le fantasie sessuale hanno un grande ruolo per il benessere sessuale: permettono di favorire l'eccitazione, incrementarla e creare un'atmosfera di gioco e complicità nell'incontro sessuale.
L’organo sessuale più potente è il cervello.
Possiamo certamente distinguere tra fantasie buone e cattive, più o meno in linea con l'idea che abbiamo
di noi e, proprio per questo, più o meno dicibili ma sopratutto più o meno praticabili. Ma non per questo
non pensabili.
Ma allora, dobbiamo sempre rendere concrete le nostre fantasie? Non è questo che sto dicendo. Sono
potenti proprio perchè fantasie, proprio perchè il gioco del “facciamo come se...” non porta a danni fisici
e non porta a delusioni. Quel pensiero rimarrà eccitante proprio perchè pensato e, magari, agito in termini
di immaginazione insieme al proprio partner sessuale.

In sintesi

La sessualità è un tabù, quindi

  • cerco di conoscere questa sfera
  • frequento siti pornografici

quello che mi rimane è:

  • da un lato una grossa confusione e insicurezza paragonando questo alla propria
    vita sessuale;
  • dall'altro una conoscenza più profonda di me circa il corpo e le fantasie.

Quindi: sentiamoci legittimati a cercare risposte, ad essere incuriositi. La sessualità è una parte che ci
riguarda ma poniamoci in maniera critica di fronte ad immagini che rimandano ad un'idea di sessualità
come solo mero atto fisico. La sessualità è complessa: convergono in essa elementi sociali, culturali,
personali.
Facciamo tesoro delle sensazioni che producono in noi per poterle approfondire, cercarle nell'incontro
sessuale, incentivarle, creando un dialogo.
ROMPIAMO IL TABÙ, PARLIAMO DI SESSUALITÀ.


Speciale Elezioni 2018

Oggi proveremo leggere il risultato di queste elezioni con la lente della cosiddetta “psicologia delle masse” cercando anche di capire se e in che modo i social network abbiano avuto un ruolo.

Partiamo dai dati (camera e senato hanno percentuali simili):

Centrosinistra circa 23%
Movimento 5 Stelle circa 32%
Centrodestra circa 37% (Lega 17%)
Liberi e uguali 3%.

Aldilà degli aspetti politici di coalizione e formazione del governo con tutte le difficoltà annesse, sembra evidente che si possono evidenziare due exploit: la Lega e il M5S. Forse non è un caso che questi due partiti siano stati tra quelli che più hanno sfruttato i social network, per coinvolgere le persone e screditare gli avversari (es. fake news).

Quanto hanno influito i social network?

Per rispondere ho trovato una ricerca pubblicata questo febbraio della International Society of Political Psychology, una organizzazione no profit coinvolta nell'esplorazione delle relazioni tra i processi psicologici e fenomeni politici. In questa ricerca intitolata (inglese): “Come i social media facilitano la protesta politica” hanno preso in considerazione un enorme numero di dati relativi a recenti movimenti di protesta, come Occupy Wall Street in USA, Indignados in Spagna, Turchia e Ukraina. Hanno evidenziato che i social hanno avuto un’influenza in tre aspetti:

1) Nella facilità di accesso e condivisione di informazioni pratiche, organizzative;

2) Nello scambio di emozioni e motivazioni a favore e contro le proteste;

3) Nella rilevanza che hano avuto certe informazioni e di conseguenza nel successo o fallimento di alcuni sforzi organizzativi.

Il terzo punto è il più complesso. Vuol dire è che la scelta soggettiva del social utilizzato per informarsi, influenza la rilevanza che viene attribuita alle informazioni di cui fruisco.

Facebook ad esempio si basa sulle amicizie, per cui i contenuti che mi compaiono di più in bacheca sono quelli condivisi dai miei amici e da persone che probabilmente la pensano come me o hanno valori simili ai miei.

Twitter, privilegia contenuti di persone che come me seguono certi temi o certe pagine o certi personaggi. Questo in qualche modo “ritaglia” le informazioni che mi arrivano e, nonostante io abbia la sensazione di essere più informato, in realtà rischio di continuare a vedere cose che confermano le mie idee.

Inoltre, l’utente tende ad attribuire più valore ai contenuti condivisi dagli amici rispetto a quelli pubblicati da fonti autorevoli. La struttura dei social da spesso più rilevanza alle notizie con molte interazioni. Se queste interazioni sono fatte da persone con cui l’utente ha un legame (di amicizia o di idee) ho la percezione che quella informazione abbia più valore, indipendentemente da chi l’ha pubblicata.

La psicologia di massa

I social hanno un ruolo importante nell’amplificare, nel bene o nel male, alcuni processi psicologici di massa. Ma quali sono questi processi psicologici?

Noi viviamo in una società di massa. La società di massa si è affermata progressivamente dalla seconda rivoluzione industriale (metà ‘800) fino ai giorni nostri. In due parole la nostra è una società in cui i singoli individui tendono a scomparire rispetto al gruppo o massa.

Di questi aspetti ne hanno parlato molti sociologi e psicologi. In particolare stasera io mi baserò su Freud che nel 1921 scrive il saggio “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” che è un testo molto attuale e su altri autori come Jung, Canetti e Ortega y Gassett.

Provando sintetizzare, la psicologia delle masse è caratterizzata da tre aspetti:

Un pensiero strutturato come “know-how”

Dalla fine dell’800 ad oggi si è sempre più affermato un pensiero fatto di procedure, razionalizzazioni, organizzazione, cose concrete, materiali. Pensiamo all’importanza che ha assunto il pensiero scientifico nella nostra cultura, o più semplicemente ai “5 facili modi per risolvere questo problema”. È un pensiero sempre più simile alla burocrazia (che però è un meccanismo che appartiene agli apparati statali non alle persone). Oggi anche il nostro pensiero è burocratizzato, standardizzato.

Carenza di risorse individuali

Nella nostra società c’è una relazione compromessa con i nostri istinti. Prendiamo ad esempio il mangiare. È un istinto assolutamente soddisfatto dalla nostra società. Ormai mangiamo quasi sempre per abitudine, per status sociale, per hobby, per astinenza. Siamo iper-nutriti e per fortuna non soffriamo più la fame. Eppure siamo anche la società con i maggiori disturbi alimentari. Il rapporto con i nostri istinti è compromesso. C’è negazione collettiva della morte. Siamo sempre più protetti, nutriti, curati, assicurati. Vuol dire più benessere ma meno risorse per affrontare le difficoltà. Meno risorse = bisogno di protezione = più paura = difesa dalle emozioni negative = panico (tipico delle masse) . Un circolo vizioso.

Identificazione e narcisismo

Le relazioni tra le persone sono sempre più legate a questi aspetti. Un esempio chiaro è il rapporto con l’autorità. Oggi è impensabile che un capo (un politico, un insegnante, un genitore) si presenti come una autorità che dice cosa fare, qualcuno di superiore e perfetto. No, il leader nella società di massa è qualcuno come me o che corrisponde a un mio ideale, nel quale mi posso identificare. Non è autoritario ma “magico”, mi propone una soluzione “magica” a tutti i miei problemi (Salvini, Trump, Renzi, Hitler). Un capo del genere crea delle relazioni molto superficiali e legate a fantasie di onnipotenza (tipico del narcisismo): noi insieme potremo fare questo e quell’altro. Yes we can! Il rovescio della medaglia è che così come ti ho “amato” un minuto dopo, se mi deludi ti demolisco (Renzi).

Gli individui nella società di massa, quindi noi, NOI siamo fanciulli aggrappati a un mondo di protezione in cui non dobbiamo metterci troppo in gioco. Una enorme mamma che ci nutre e ci protegge da ogni paura. Sviluppiamo poche risorse, ci sentiamo costantemente abbandonati da un mondo che non vede la nostra soggettività, i nostri problemi, il fatto che siamo speciali.

Conclusione

Credo che Lega e 5 Stelle sono stati i migliori a sfruttare i social network per amplificare questi aspetti psicologici delle masse:

1) I social facilitano la condivisione di informazioni pratiche, e loro hanno offerto soluzioni concrete, il know-how;

2) I social facilitano la condivisione di emozioni e motivazioni a favore e contro le proteste e loro hanno lavorato sul nostro bisogno di protezione, sulla nostra rabbia per non essere visti da mamma-e-papà-Stato, tramutandoli in motivazioni per votarli;

3) I social danno rilevanza ai contenuti simili a te e con i quali ti puoi identificare e loro sono stati bravi a sfruttarli per presentarsi come leader “magici”, come noi ma che insieme a noi avrebbero finalmente potuto risolvere il problema.


La Maschera del web

Oggi parleremo di identità online. La mia ipotesi è che la costruzione dell’identità digitale segua regole simili alla costruzione dell’identità sociale in qualsiasi altro ambito della vita.

Vi ricordate il film The Mask con Jim Carrey? Quand’è uscito questo film io avevo 8-9 anni e avevo la videocassetta e, vi giuro, l’ho davvero consumata! Per chi non lo sapesse il film parla di un ragazzo non particolarmente di successo che trova una maschera diciamo “magica” che lo trasforma in un personaggio da cartone animato.

Ad ogni modo, l’idea di una maschera che permette di diventare qualcun altro non nasce con questo film. Ora torniamo indietro, solo per un attimo, fino al teatro dell’antica Grecia. Ai tempi gli attori sul palco erano pochi e spesso indossavano proprio delle maschere per interpretare i diversi personaggi della storia. Queste maschere, mi pare, erano chiamate prosopon ma magari condividete il video con qualcuno che ha fatto il classico perché non sono sicuro. In latino la maschera del teatro venne poi chiamata Persona.

La Persona

È molto interessante anche la sua etimologia. Persona letteralmente significa “suonare attraverso” e quindi rimanda all’idea di un “filtro”. In entrata, perché lo sguardo dello spettatore non vedeva il vero attore ma il suo corpo e la maschera; in uscita perché la voce dell’attore risuonando attraverso la maschera si modificava.

Questo concetto della Persona/maschera è stato poi ripreso in tutto il novecento, sia da molti psicoanalisti sia in letteratura. Io vi propongo una possibile lettura ma se conoscete altri ambiti o autori che si sono occupati di questo tema scrivetelo nei commenti.

Nel libro - L’Io e l’inconscio - Jung riprende il concetto di Persona per connotare una funzione psicologica. Nello specifico la Persona, per Jung, è la funzione di relazione con la coscienza collettiva. Vuol dire che quando noi ci presentiamo al mondo costruiamo una (o più) personalità il più possibile adeguata al contesto. Pensateci, nessuno di noi è esattamente la stessa persona con gli amici, al lavoro, in famiglia ecc.

Un altro maestro della psicoanalisi, Winnicott, distingueva tra vero sé e falso sé per sottolineare la differenza tra un aspetto “vero”, nucleare, nudo della nostra psiche e un aspetto “falso”, adattato, difeso. Normalmente queste maschere sono tutte sfumature del nostro colore principale, della nostra individualità “vera”.

Cito autori del secolo scorso perché voglio sottolineare che, a mio parere, i meccanismi di costruzione di una identità su, ad esempio Facebook, seguono regole molto simili alla costruzione di una identità sociale in altri contesti. Possiamo dire che oggi il web è uno dei possibili campi sociali dentro i quali si muovono le dinamiche di costruzione di una identità.

Identità

L’identità, anche qui riprendendo l’etimologia, rimanda all’idea di uguaglianza psicologica. Ora se noi siamo totalmente identici alla nostra maschera sociale, che so lo psicologo o il professore, noi smettiamo di essere autentici o, peggio, siamo psicologi o professori a lavoro, ma anche a casa, con gli amici, nelle relazioni sentimentali ecc.

Pensiamo alla vita online, alla distanza che ci può essere da un profilo social rispetto alla persona “reale”. Se la mia identità si costruisce solo in un ambito si va verso una rigidità per cui io finisco con l’essere sempre la mia maschera. Pensate ad alcuni attori diventati famosi per un certo ruolo o cantanti che hanno fatto una o due canzoni di successo e per una vita vivono dietro quella identità e non riescono a staccarsi.
Oppure può avvenire il contrario, viene rimossa la maschera e non si ha più alcun filtro: a comandare sono le nostre emozioni ad esempio di amore o di odio. Pensate a quante persone utilizzano l’interfaccia web in modo totalmente inconscio, non consapevoli di quello che scrivono, non riuscendo a filtrare le proprie parole.

La maschera che indossiamo online può essere completamente diversa da quella che indossiamo diciamo offline, così come quella che portiamo al lavoro è diversa da quella che vestiamo in famiglia. Questo aspetto di parziale “falsità” è da tenere in considerazione tanto nelle terapie tradizionali che durante un colloquio su Skype.

Assenza di corpo

In linea di massima credo che le dinamiche di costruzione dell’identità siano simili online e “offline”, tranne che per una differenza molto grande: l’assenza di corpo.

Quando siamo in ufficio, o in famiglia, per quanto la nostra identità possa essere falsificata, per quanto la nostra maschera possa essere distante dalla nostra individualità, il nostro corpo è qualcosa di autentico che non possiamo mai del tutto nascondere. Questo, anche in minima parte, ci porta al mondo come non completamente staccati dalla nostra individualità.

Internet, invece, è senza corpo. In alcuni casi questo può aiutare, ad esempio per chi ha un difficile rapporto col proprio corpo. Il rischio però è una dissociazione tra noi come siamo e noi come ci mostriamo. Paradossale in un’epoca dove tutto deve essere concreto, materiale e misurabile.

Ho l’impressione, e con questo concludo, che il digitale stia proprio andando nella direzione di compensare questa mancanza. Siamo passati da nickname fittizi e foto profilo che non erano MAI foto personali. Ora si mette il proprio nome, la propria foto. È aumentata moltissimo l’importanza delle immagini e dei video. E poi la realtà aumentata e tutta una serie di innovazioni che esploderanno nei prossimi anni.

La mia impressione è che si vada sempre più alla ricerca di corpo, che possiamo definire il grande assente nelle nostre identità digitali.


La dipendenza dalla pornografia online

La dipendenza da pornografia online è un argomento di recente discussione e seppur facente parte di un più ampio campo relativo alla dipendenza dal sesso, studiato in modo approfondito, merita di essere ancora compreso per la sua modalità.
In alcuni studi emerge che il 90% dei ragazzi tra gli otto e i sedici anni ha visto un video pornografico, il 42,7% degli utenti di internet guarda pornografia online, nove bambini su dieci tra gli otto e i sedici anni sono entrati in contatto con la pornografia online in maniera casuale, l’età media della ricerca di materiale pornografico è undici anni, l’80% dei ragazzi tra i quindici e i diciassette anni visualizza numerose volte pornografia online. La dipendenza da pornografia online è da considerarsi a tutti gli effetti una dipendenza vera e propria con caratteristiche biologiche, psicologiche e sociali. Il dipendente da pornografia, come quello da sostanze, subisce gli effetti dell’assuefazione e di abituazione, ha bisogno di dosi sempre più alte per poter mantenere l’eccitazione nel tempo. Il dipendente da pornografia online si ritira nella pornografia online a discapito di tutto il resto per poter ottenere benessere dall’eccitazione prolungata e così si vede diminuire il desiderio per il sesso vero e proprio, cosa che nel caso di relazioni stabili ha una ricaduta sul rapporto stesso, inoltre si hanno ripercussioni anche a livello sociale e lavorativo. Va preso in considerazione che il dipendente da pornografia online preferisce il mantenimento dell’eccitazione all’eiaculazione, che si trasforma in qualcosa di doloroso, a causa proprio della prolungata eccitazione, e non di apice del piacere. In seguito all’eiaculazione quindi si vive un disagio importante, legato al dolore fisico ma anche ad un forte senso di colpa che porta nel tempo a minare l’autostima dell’individuo. La dipendenza dalla pornografia online produce alcune conseguenze anche nella sfera della capacità dell’individuo di progettare di programmare e di tollerare la distanza tra il desiderio e il suo soddisfacimento. Avendo a disposizione materiale pressoché infinito tramite la rete, si ha la possibilità di ottenere immediatamente numerose immagini o video che possono tenere in stato d’eccitazione costantemente, appena lo si desidera si riesce a saturare subito il bisogno che a lungo andare nel tempo mina proprio la capacità dell’individuo di poter pensare ai propri bisogni e desideri e di poter costruire una capacità di tollerare il deferimento del soddisfacimento, molto importante in una realtà della relazione umana dove l’altro non può sempre essere a disposizione per i nostri bisogni e che ovviamente è portatore anche dei propri bisogni.
Non diamo per scontato che se ne parli abbastanza, ci auguriamo che questo brevissimo e non esaustivo intervento sul tema della dipendenza dalla pornografia online, possa generare dibattito e confronti per poterne parlare, per poter approfondire e comprendere un fenomeno in crescita che interessa tutti noi.