Essere genitori oggi

Essere genitori non è facile nel mondo di oggi. Un ragazzo crescendo, anche se ha delle buone capacità ha bisogno di sentirsi dire: “Tu ce la puoi fare!” Soprattutto se la situazione è difficile. Un genitore, qualunque siano le sue caratteristiche di personalità, dovrebbe cercare di essere autorevole, che è diverso da autoritario vecchio stile, che non comunica con i figli, che ordina e basta che punisce senza spiegare.

Un genitore autorevole sa comunicare con i propri figli, sa prendere le decisioni giuste per i figli; quindi non è iper-permissivo, come a volte, oggi, sono alcune coppie genitoriali che pensano che i propri figli possano/debbano essere completamente liberi di educarsi da soli, con una visione sbagliata della libertà. Il genitore autorevole, segue il proprio figlio da quando è piccolo, lo guida, stabilisce delle regole, nello stesso tempo gli dimostra affetto, dialogo e disponibilità. Un ulteriore limite al raggiungimento dell’autorevolezza né l’entrare in crisi quando i figli mettono in atto comportamenti di opposizione, in questo caso è compito del genitore, che ha raggiunto l’età adulta, utilizzare un comportamento da adulto, cioè una persona che sappia reggere lo scontro e che non si lasci sottomettere dalle richieste dei ragazzi. E’ importante ricordarsi che i risultati dell’educazione si osservano su tempi lunghi, non sull’immediato; come si aspettano molti genitori fragili che entrano in crisi, chiedendo scusa ai propri figli.

Soprattutto durante l’infanzia, i bambini devono avere la sicurezza che i genitori sanno cosa è bene per loro, poi naturalmente si oppongono, ma questo fa parte del gioco. Oggi i genitori fragili sono in leggero aumento, forse perché non assimilano bene alcuni risultati della psicologia. La psicologia, a volte, viene molto banalizzata, alla fine le coppie genitoriali ricevono tanti input disordinati e non sanno più bene come comportarsi; molte persone scrivono di psicologia, sui media, magazine senza avere una preparazione seria di base. La genitorialità è un’arte, bisogna mano a mano adeguarsi alle condizioni in cui si vive e alle caratteristiche del proprio figlio.


Argentovivo e l'importanza di una diagnosi fatta bene

Dottore
Io così agitato, così sbagliato
Con così poca attenzione
Ma mi avete curato
E adesso
Mi resta solo il rancore

 

Il brano di Daniele Silvestri e Rancore, presentato alla 69a edizione del Festival di Saremo, racconta una storia di adolescenza difficile, unendo due artisti che sono in contatto con questa generazione, seppur in modo diverso: Slivestri come padre, Rancore come figlio, più vicino al sentimento di questi ragazzi.

La canzone ha però suscitato alcune critiche, soprattutto tra i genitori di bambini e ragazzi con ADHD perché, a parer loro, colpevolizzava eccessivamente i genitori e sottovalutava l'impatto di una condizione neuropsichiatrica come, appunto, quella dell'ADHD che spesso viene sottovalutata e incompresa, soprattutto da un punto di vista sociale.

Partendo dal presupposto che gli autori sono artisti, e non psicologi, provo a trarre spunto da questa canzone per fare una riflessione sul tema della diagnosi.

Che cos'è l'ADHD

L'ADHD è un acronimo inglese che in italiano sta per Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. È un disturbo del neurosviluppo che comporta una cattiva autoregolazione del comportamento da parte del bambino. l'ADHD è una condizione, non una malattia: vuol dire che è un funzionamento particolare del cervello e non un problema legato a un trauma o a una cattiva educazione. Per maggiori informazioni vi linko il sito di una associazione che si occupa specificamente di questo problema.

Cos'è la diagnosi

La diagnosi è un processo di conoscenza. È uno strumento che il clinico (psicologo, psicoterapeuta, pediatra, medico ecc) utilizza per comprendere meglio il funzionamento di una persona. Freud diceva che "la diagnosi può essere fatta solo a fine trattamento", una considerazione che sembra paradossale ma che è in realtà uan grande verità.

Spesso, infatti, la diagnosi viene usata come un oracolo: per capire cosa non funziona ci si affida a qualcuno che ci da una definizione. Se però questo processo è superficiale o frettoloso, il rischio è identificarsi con la diagnosi, trasformandola in un destino. Se invece la diagnosi è fatta bene, permette di escludere (e risolvere) tutta una serie di aspetti di contorno, e quindi di conoscere il reale funzionamento della persona. Questo ha un impatto importantissimo sia sul trattamento, che sulla possibile guarigione.

Se la diagnosi viene usata come un oracolo, se la diagnosi non viene comunicata o spiegata nel modo corretto il rischio è la gabbia, la sensazione di essere inscatolati, messi in carcere. Come Argentovivo, che di fronte alla medicina diventa Mercurio Liquido e si alza il muro dell'incomunicabilità e del rancore.

Il dialogo diagnostico

Se non c'è comunicazione tra clinico e persona si crea solo incomprensione e chiusura. Nell'Antropologia Medica si parla di dialogo tra Illness, Sickness e Disease. Illness è la malattia percepita dal soggetto: paura, disagio, malessere, angoscia. Sickness è il peso o ruolo sociale della malattia: cosa vuol dire essere, ad esempio, un bambino con ADHD in questa società? Disease è la malattia secondo la nomenclatura della medicina ufficiale, della scienza. Per una guarigione è fondamentale aprire un dialogo tra questi diversi aspetti della malattia. Senza la medicina non è possibile comprendere in modo scientifico una malattia, e quindi trattarla secondo le cure migliori; se però la medicalizzazione è eccessiva si rischia di chiudere in una etichetta l'esperienza unica di una persona. Non si può infine sottovalutare l'impatto sociale della malattia, che in contesti diversi può essere diverso.

Sono un genitore in difficoltà, cosa devo fare?

Ecco quattro punti fondamentali da considerare:

  1. Affidarsi sempre a specialisti e professionisti riconosciuti.
  2. Dubitare di diagnosi frettolose o generiche;
  3. Non cercare di sostituire l'educazione con la psichiatria;
  4. Non sottovalutare il proprio vissuto emotivo di genitore e le proprie  difficoltà di crescere bambini con difficoltà.

Bambini Digitali

"Bambini digitali", ovvero il rapporto che i nostri figli hanno con le nuove tecnologie e che fa tanta paura a noi adulti, genitori, educatori, insegnanti.

Prima di iniziare vorrei giocare un attimo con voi e chiedervi: Ripensando alla vostra storia personale quali sono quelle esperienze “generazionali”? Cioè eventi dei quali vi ricordate esattamente dove e con chi eravate quando avete assistito a quella cosa, cosa stavate facendo in quel preciso istante. C’è una regola: deve essere qualcosa che pensate sia condivisa con la maggior parte delle persone della vostra generazione. Pensateci un attimo, ci torneremo tra poco.

L’idea per il tema di questa diretta mi è venuta dalla mia esperienza di lavoro con i bambini dai 3 ai 12 anni. In questi anni ho visto un po’ di tutto. Da bambini con problemi comportamentali che passano le notti davanti al tablet, a bambini capaci di andare su internet senza sapere ancora leggere. Allora mi sono domandato: ma questi aggeggi, questi schermi, sono un problema o una potenzialità?

Man mano ho capito però quanto sia complesso questo tema e quanto sia necessario uscire da una dinamica “a favore” o “contro” la tecnologia. Per cui stasera sarà il primo episodio di una serie di live nelle quali cercherò di navigare intorno a questo argomento, provando a osservarlo da punti di vista sempre diversi. Non so se alla fine avremo una risposta chiara e definitiva, ma spero di rendere conto della complessità della situazione.

Ora io vorrei subito andare al punto e concentrarmi sulle tre principali paure che attanagliano gli adulti nei confronti a questo tema. Se ne avete altre scrivete le vostre paure o considerazioni nei commenti, proveremo a parlarne stasera o prossimamente.

Gli schermi sono passivi. Impediranno ai nostri figli di fare esperienze “vere”

Una scena che mi capita di osservare, non solo al lavoro, è quella di un genitore che per calmare un figlio agitato lo piazza davanti a un tablet a guardare Peppa Pig, o qualche giochino. Non so se vi sia mai capitato di vederlo al ristorante o in sala d’aspetto o di farlo come genitore.

Da clinico mi potrei chiedere “Perché questo si comporta il quel modo? Forse, banalmente, vuole attirare la mia attenzione perché lo sto ignorando. Se però lo piazzo davanti a uno schermo che messaggio gli do? Non ho tempo/energie/voglia di occuparmi di lui? Quello schermo quindi diventa una cosa molto importante perché sostituisce l’attenzione di un genitore. La colpa è del tablet?È come dire che se metto mio figlio di 4 anni a guidare una Ferrari e lui si sfracella contro un albero, la colpa è della Ferrari. Il problema è che in questo caso l’esperienza digitale non offre qualcosa di nuovo, ma sostituisce un qualcosa che non dovrebbe sostituire.

Proviamo a spostare completamente il focus. Qualche settimana fa Alessia ci ha parlato di Realtà Aumentata. Nonostante si “virtuale” la RA è un’esperienza abbastanza reale da essere utilizzata in psicoterapia e non solo. Ad esempio esistono delle applicazioni educative che simulano il movimento di alcuni animali, come i pipistrelli. Un po’ tipo la Wii ma un’esperienza più immersiva.I bambini giocano ad essere pipistrelli, muovono le braccia e sullo schermo vedono un pipistrello che fa i loro movimenti. Poi l’attività si conclude e cosa accade? I bambini continuano a giocare tra loro ad essere pipistrelli, mangiano i moscerini, volano ecc. Inoltre si ricordano tutte le caratteristiche dei pipistrelli. In questo modo l’utilizzo di un tablet può diventare una vera e propria esperienza, associata a delle emozioni e che permette un migliore apprendimento.

(Ad esempio la realtà aumentata del National Geographic. Vi sembra un'esperienza passiva?)

Giocare su questi schermi è una perdita di tempo. Li distrarrà dalla scuola.

Certo, passare 5-6 ore ogni pomeriggio davanti ai videogiochi può distrarre dalla scuola. Per la verità anche andare al parco a giocare a pallone. Siamo tutti d’accordo che qualsiasi attività non educativa che va a occupare una grossa fetta di tempo del bambino gli toglie tempo per studiare (è una ovvietà).

Anche qui, però proviamo a spostare il punto di vista. Negli USA hanno esistono delle ricerche che hanno provato ad analizzare il comportamento degli utenti durante i videogiochi: come quando mettono in pausa, quando si inceppano, quanto tempo ci mettono a superare certi livelli di difficoltà. Hanno messo questi dati in relazione con i test di valutazione relativi alla predizione del rendimento scolastico. La cosa sorprendente è che i dati combaciano quasi esattamente.

Questo cosa vuol dire? Che si potrebbero utilizzare videogiochi come strumenti di valutazione cognitiva, evitando così lo stress delle classiche valutazioni, la vergogna, quelle assurdità (opinione mia) degli Invalsi. Al contrario i bambini potrebbero essere valutati divertendosi e mettere i loro educatori in condizione di modellare l’insegnamento sulle loro caratteristiche. Oppure possono essere usati anche per la riabilitazione o il potenziamento, come ci ha spiegato ancora Alessia qualche settimana fa (che è sempre un passo avanti a tutti noi e ci segue sempre) riguardo i disturbi dell’apprendimento. Migliore autostima, ottima predizione.

Questi schermi mi isolano da mio figlio

Immaginiamo una scena tipica: dovete preparare da mangiare e in quella mezzora date un tablet a vostro figlio perché non avete alternative. Poi però vi sentite in colpa. Immaginate però che a un certo punto sul vostro telefono (che sicuramente sarà lì a portata di mano) arrivi una notifica che dice “Andrea ha appena associato 5 parole in rima. Chiedigli di giocare con te. E gli scrivete “trovami una parola che fa rima con Cane”. Alcune ricerche sottolineano che in questo modo i genitori sentono di avere il controllo, sono entusiasti di giocare con i figli. E anche i bambini piace, sia per l’aspetto “magico” che hanno questi strumenti (mio papà indovina quello a cui sto giocando), sia perché si crea relazione con i loro genitori.

Conclusione

Torniamo alla domanda fatta all’inizio. Ho fatto un sondaggio tra i miei amici e conoscenti e quelli della mia generazione hanno risposto quasi tutti: 11 settembre e mondiali del 2006. I miei genitori hanno aggiunto giustamente lo Sbarco sulla Luna,. Questo vuol dire, banalmente, che le principali esperienze che hanno segnato le generazioni degli ultimi 50 anni sono state mediate da un televisore. Per noi ora è normale, e forse tra 20 anni a questa domanda si risponderà con un video Youtube o le dirette di Adagio e si ripenserà a quel periodo con nostalgia dei bei tempi andati.

Quello che fa tutta la differenza è partecipare dell’esperienza con i propri bambini. Quindi innanzi tutto dobbiamo imparare noi adulti a usarli e gestirli (se qualcuno di voi è inserito in una chat Whatsapp del lavoro o dei genitori sa di cosa parlo). Vuol dire che se noi adulti guardiamo lo smartphone mediamente 50 volte al giorno (statistiche alla mano) e lo facciamo davanti a loro non possiamo dire ai nostri bambini che è una cosa negativa. È vero, i bambini non hanno gli strumenti per capire e per dare un valore a quello che compare sui loro schermi.

Non voglio dire che bisogna dare qualsiasi cosa in mano ai nostri bambini, che in nome del progresso dobbiamo riempirli di tecnologia. Anzi secondo me ci sono dei limiti da mettere, e delle distinzioni chiare da fare, di cui parlerò nella prossima diretta. Gli schermi sono e saranno parte della loro vita e non possiamo pensare che eliminarli e basta sia la soluzione.

Se veniamo sopraffatti dalla paura, i bambini non impareranno mai come usarli adeguatamente. Sta quindi a a noi adulti capire e parlare senza paura di questi strumenti e spiegargli, in un modo che sia per loro digeribile (un po’ come quegli uccellini che masticano il cibo per i pulcini) che questo sarà il mondo che loro vivranno nei prossimi anni.