Speciale Elezioni 2018

Oggi proveremo leggere il risultato di queste elezioni con la lente della cosiddetta “psicologia delle masse” cercando anche di capire se e in che modo i social network abbiano avuto un ruolo.

Partiamo dai dati (camera e senato hanno percentuali simili):

Centrosinistra circa 23%
Movimento 5 Stelle circa 32%
Centrodestra circa 37% (Lega 17%)
Liberi e uguali 3%.

Aldilà degli aspetti politici di coalizione e formazione del governo con tutte le difficoltà annesse, sembra evidente che si possono evidenziare due exploit: la Lega e il M5S. Forse non è un caso che questi due partiti siano stati tra quelli che più hanno sfruttato i social network, per coinvolgere le persone e screditare gli avversari (es. fake news).

Quanto hanno influito i social network?

Per rispondere ho trovato una ricerca pubblicata questo febbraio della International Society of Political Psychology, una organizzazione no profit coinvolta nell'esplorazione delle relazioni tra i processi psicologici e fenomeni politici. In questa ricerca intitolata (inglese): “Come i social media facilitano la protesta politica” hanno preso in considerazione un enorme numero di dati relativi a recenti movimenti di protesta, come Occupy Wall Street in USA, Indignados in Spagna, Turchia e Ukraina. Hanno evidenziato che i social hanno avuto un’influenza in tre aspetti:

1) Nella facilità di accesso e condivisione di informazioni pratiche, organizzative;

2) Nello scambio di emozioni e motivazioni a favore e contro le proteste;

3) Nella rilevanza che hano avuto certe informazioni e di conseguenza nel successo o fallimento di alcuni sforzi organizzativi.

Il terzo punto è il più complesso. Vuol dire è che la scelta soggettiva del social utilizzato per informarsi, influenza la rilevanza che viene attribuita alle informazioni di cui fruisco.

Facebook ad esempio si basa sulle amicizie, per cui i contenuti che mi compaiono di più in bacheca sono quelli condivisi dai miei amici e da persone che probabilmente la pensano come me o hanno valori simili ai miei.

Twitter, privilegia contenuti di persone che come me seguono certi temi o certe pagine o certi personaggi. Questo in qualche modo “ritaglia” le informazioni che mi arrivano e, nonostante io abbia la sensazione di essere più informato, in realtà rischio di continuare a vedere cose che confermano le mie idee.

Inoltre, l’utente tende ad attribuire più valore ai contenuti condivisi dagli amici rispetto a quelli pubblicati da fonti autorevoli. La struttura dei social da spesso più rilevanza alle notizie con molte interazioni. Se queste interazioni sono fatte da persone con cui l’utente ha un legame (di amicizia o di idee) ho la percezione che quella informazione abbia più valore, indipendentemente da chi l’ha pubblicata.

La psicologia di massa

I social hanno un ruolo importante nell’amplificare, nel bene o nel male, alcuni processi psicologici di massa. Ma quali sono questi processi psicologici?

Noi viviamo in una società di massa. La società di massa si è affermata progressivamente dalla seconda rivoluzione industriale (metà ‘800) fino ai giorni nostri. In due parole la nostra è una società in cui i singoli individui tendono a scomparire rispetto al gruppo o massa.

Di questi aspetti ne hanno parlato molti sociologi e psicologi. In particolare stasera io mi baserò su Freud che nel 1921 scrive il saggio “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” che è un testo molto attuale e su altri autori come Jung, Canetti e Ortega y Gassett.

Provando sintetizzare, la psicologia delle masse è caratterizzata da tre aspetti:

Un pensiero strutturato come “know-how”

Dalla fine dell’800 ad oggi si è sempre più affermato un pensiero fatto di procedure, razionalizzazioni, organizzazione, cose concrete, materiali. Pensiamo all’importanza che ha assunto il pensiero scientifico nella nostra cultura, o più semplicemente ai “5 facili modi per risolvere questo problema”. È un pensiero sempre più simile alla burocrazia (che però è un meccanismo che appartiene agli apparati statali non alle persone). Oggi anche il nostro pensiero è burocratizzato, standardizzato.

Carenza di risorse individuali

Nella nostra società c’è una relazione compromessa con i nostri istinti. Prendiamo ad esempio il mangiare. È un istinto assolutamente soddisfatto dalla nostra società. Ormai mangiamo quasi sempre per abitudine, per status sociale, per hobby, per astinenza. Siamo iper-nutriti e per fortuna non soffriamo più la fame. Eppure siamo anche la società con i maggiori disturbi alimentari. Il rapporto con i nostri istinti è compromesso. C’è negazione collettiva della morte. Siamo sempre più protetti, nutriti, curati, assicurati. Vuol dire più benessere ma meno risorse per affrontare le difficoltà. Meno risorse = bisogno di protezione = più paura = difesa dalle emozioni negative = panico (tipico delle masse) . Un circolo vizioso.

Identificazione e narcisismo

Le relazioni tra le persone sono sempre più legate a questi aspetti. Un esempio chiaro è il rapporto con l’autorità. Oggi è impensabile che un capo (un politico, un insegnante, un genitore) si presenti come una autorità che dice cosa fare, qualcuno di superiore e perfetto. No, il leader nella società di massa è qualcuno come me o che corrisponde a un mio ideale, nel quale mi posso identificare. Non è autoritario ma “magico”, mi propone una soluzione “magica” a tutti i miei problemi (Salvini, Trump, Renzi, Hitler). Un capo del genere crea delle relazioni molto superficiali e legate a fantasie di onnipotenza (tipico del narcisismo): noi insieme potremo fare questo e quell’altro. Yes we can! Il rovescio della medaglia è che così come ti ho “amato” un minuto dopo, se mi deludi ti demolisco (Renzi).

Gli individui nella società di massa, quindi noi, NOI siamo fanciulli aggrappati a un mondo di protezione in cui non dobbiamo metterci troppo in gioco. Una enorme mamma che ci nutre e ci protegge da ogni paura. Sviluppiamo poche risorse, ci sentiamo costantemente abbandonati da un mondo che non vede la nostra soggettività, i nostri problemi, il fatto che siamo speciali.

Conclusione

Credo che Lega e 5 Stelle sono stati i migliori a sfruttare i social network per amplificare questi aspetti psicologici delle masse:

1) I social facilitano la condivisione di informazioni pratiche, e loro hanno offerto soluzioni concrete, il know-how;

2) I social facilitano la condivisione di emozioni e motivazioni a favore e contro le proteste e loro hanno lavorato sul nostro bisogno di protezione, sulla nostra rabbia per non essere visti da mamma-e-papà-Stato, tramutandoli in motivazioni per votarli;

3) I social danno rilevanza ai contenuti simili a te e con i quali ti puoi identificare e loro sono stati bravi a sfruttarli per presentarsi come leader “magici”, come noi ma che insieme a noi avrebbero finalmente potuto risolvere il problema.


Proiezione e proiettili

Nel pomeriggio del 14 febbraio 2018, pochi giorni fa, a Parkland, in Florida (Stati Uniti) nella Marjory Stoneman Douglas High School un ragazzo di 19 anni, Nikolas Cruz ha ucciso 17 persone prima di essere arrestato dalla polizia. È la sparatoria più grave di sempre in un scuola superiore statunitense e l’ultima di una lunga serie di assalti con armi negli istituiti scolastici che va avanti ormai da un paio di decenni.

Il presidente Trump ha reagito immediatamente con un tweet di vicinanza alle vittime. Poi il 15 febbraio, in una conferenza stampa, si è concentrato sul fatto che Cruz avesse “problemi mentali”, e che si debba intervenire su questo. Trump non ha però affrontato il tema, dibattuto da decenni, della proliferazione delle armi negli Stati Uniti e della relativa facilità con cui è possibile acquistarne una anche tra i giovanissimi.

Il 16 febbraio Jessica Henderson Daniel la presidente dell’APA (American Psychological Association) la più grande organizzazione scientifica e professionale che rappresenta la psicologia in USA, ha dichiarato (traduzione mia):

Mentre le forze dell’ordine stanno ancora mettendo insieme le motivazioni che hanno spinto il tiratore della sparatoria, alcune figure pubbliche e le fonti di notizie si stanno focalizzando sulla sua salute mentale. È importante ricordare che solo una piccola percentuale di atti violenti è commessa da persone diagnosticate o trattate per malattie mentali. Inquadrare la conversazione sulla violenza da armi da fuoco nel contesto della malattia mentale fa un disservizio alle vittime di violenza e stigmatizza ingiustamente le molte persone che soffrono davvero di malattie mentali.

Il New Yorker ha ripubblicato sul suo sito un articolo del 19/10/2015 scritto da Malcolm Gladwell. L’autore analizza le stragi scolastiche più celebri fino a quella data. Non riesce a trovare un vero filo conduttore se non una certa ritualizzazione dopo la strage di Columbine. Conclude dicendo:

Il problema non è che esiste un rifornimento infinito di giovani profondamente disturbati capaci di commettere atti orribili. È peggio. Il fatto è che i giovani uomini non hanno più bisogno di essere disturbati per contemplare la possibilità di commettere atti orribili.

Proiezione

Ecco, la mia idea è che dietro questi “atti orribili” ci sia un processo psicologico comune e importantissimo che in qualche modo va in tilt. Questo processo si chiama proiezione.

La proiezione è un giudizio sbagliato che successivamente viene corretto. C’è una differenza però tra la proiezione e un errore di valutazione. Quest’ultimo può essere facilmente corretto avendo maggiori informazioni o una migliore conoscenza dei fatti. La proiezione è invece accompagnata da una certa carica emotiva. La persona che emette il giudizio si difende strenuamente dalla correzione e, se la accetta, si sente delusa o sminuita.

Questo accade perché il contenuto della proiezione è in realtà un qualcosa di soggettivo che viene attribuito a qualcun altro. In sostanza io vedo nell’altro qualcosa che non c’è o c’è solo in minima parte. Questo è importante: la proiezione, il giudizio erroneo non investe casualmente ma di solito l’oggetto della proiezione offre un gancio, sul quale io posso appendere un mio cappotto e vestire l’altro con un abito che è in realtà mio. Tutta questa dinamica è in larga parte inconsapevole: di solito, se va bene, me ne accorgo solo successivamente.

Che cosa viene proiettato

Di solito è un aspetto negato della nostra personalità, il negativo della nostra personalità, la nostra ombra. Una persona sottomessa avrà un’ombra autoritaria e tenderà a proiettarla sugli altri vedendoli come autoritari e quindi continuare a sottomettersi. La proiezione può essere positiva, quindi vedo nell’altro qualcosa di più grande di come è, lo idealizzo, lo innalzo e gli do potere; oppure negativa vedendo l’altro inferiore, minaccioso, da distruggere o controllare.

In questo caso la sensazione è quella di ricevere un proiettile, fa male. Ci sono molti miti , fiabe e racconti dove si riprende questo tema del mandante di un proiettile a un ricevente. Di solito che manda è una divinità, che spara una freccia o un dardo a qualcuno che rivece e viene ferito, si ammala, viene trasformato. Pensate a cupido, o Zeus o a credenze popolari come il malocchio.

Se riesco ad avere un buon rapporto con la mia ombra questo processo è estremamente ricco. Pian piano riesco a integrare parti di me che inizialmente non mi piacciono e la mia personalità assume spessore, tridimensioalità.

Se invece il rapporto è cattivo si crea una grande distanza, la parte negata si carica sempre più di emozione e viene continuamente proiettata sugli altri. La mia personalità diventa bisimensionale e si può arrivare a una rottura totale e a una alienazione della persona.

Un risvolto pratico

Allora, partiamo appunto da qualcosa di molto pratico. Riflettere sulle nostre dinamiche proiettive – cioè riflettere maggiormente quando c’è qualcosa che ci irrita profondamente negli altri o in una categoria di persone, o mettere in discussione i nostri giudizi quando si rivelano sbagliati ma sentiamo una carica emotiva – è fondamentale, come dicevo prima per arricchire la nostra personalità. Ci fa capire qualcosa di più su noi stessi.

Anche chi riceve la proiezione deve provare a fare una riflessione profonda per capire se quanto veniva su di lui proiettato era completamente falso o c’è un gancio che, inconsapevolmente, ha offerto all’altra persona. Come si dice, le critiche ci aiutano a crescere. In entrambi i casi si deve sviluppare una forte dose di umiltà.

Conclusione

Ritornando al fatto di cronaca, alla luce di quello che abbiamo accennato, secondo me si possono fare due riflessioni:

  • La prima riguarda il ragazzo che ha sparato. Ritengo che da un punto di vista psichico -poi ci sono considerazioni sociali, familiari ecc- ci sia stata proprio quella spaccatura di cui parlavo prima tale da portarlo a confondere la propria realtà emotiva e quella esterna. È come se se si fosse tutto concretizzato: lui è diventato un essere potente, un demone un dio che può lanciare le sue frecce e i suoi poteri, e le sue proiezioni sono diventait proiettili di piombo.
  • La seconda riguarda la società americana. Se vale la regola del gancio allora anche chi ha ricevuto i proiettili ha in qualche modo una responsabilità. Chiaramente i ragazzi morti o feriti non hanno alcuna colpa, singolarmente. Ma forse l’attacco è a una istituzione a una società che farebbe bene a riflettere su qualche possa essere il gancio che spinge a tanta violenza nei suoi confronti.